Le rivendicazioni dei ragazzi di « Fridays For Future » sono ragionevoli e, tuttavia, decisamente moderate. Se si considera che il cambiamento climatico è molto più rapido del previsto, la riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2030, richiesta a Bruxelles dalla piccola Greta Thunberg, è un minimo. E perfino questo modesto obiettivo, capace di garantire l’esistenza dell’uomo sulla Terra, non puo’ essere raggiunto entro i limiti del capitalismo. In ultima istanza, non sono solo politici corrotti o avidi manager ad impedire la sopravvivenza della specie umana, ma l’essenza stessa e le contraddizioni interne dei rapporti capitalistici.

Il capitale come denaro, che viene accumulato mediante l’impiego di lavoro salariato, macchine e materie prime, agisce globalmente secondo una dinamica incontrollabile. E’ un obbligo cieco alla crescita, al quale il mondo concreto e la società servono solo come materiale per accumulare quantità sempre maggiori di ricchezza astratta. Il capitale è fine a sé stesso, irrazionale e distruttivo.

La razionalità della singola impresa si trasforma globalmente in combustione irrazionale del mondo. Dopo ogni ciclo di valorizzazione coronato da successo sale la pressione perché il nuovo capitale sia « investito » producendo di più mediante un maggiore sfruttamento di macchine, materie prime e uomini. Anche se la produttività resta uguale, quantità di risorse sempre maggiori devono essere  bruciate perché il capitale continui a crescere. Proprio le merci prodotte dal sistema con un enorme dispendio di risorse e di energie (le auto, ad esempio) non sono destinate prioritariamente a soddisfare bisogni a lunga scadenza ma ad un rapido consumo ed altrettanto rapida usura perché una nuova richiesta del mercato sia possibile. L’aumento della tendenza ad un design sempre nuovo delle merci sono la conseguenza di quest’obbligo irrazionale alla crescita.

Questa follia viene accelerata da aumenti di produttività nella produzione di merci. La crescita dell’efficienza economica, che sarebbe la premessa per una riproduzione sociale sostenibile, funge, nel tardo capitalismo, da « acceleratore della combustione ». Il lavoro salariato è l’unica merce che produce un valore maggiore del proprio: è la fonte del plusvalore. Di conseguenza, quando (ad esempio mediante l’automazione) la produttività aumenta, la quantità di lavoro astratto materializzata in una merce concreta si riduce di valore. La produzione deve essere aumentata per realizzare la stessa quantità di valore. Nella produzione di auto, ad esempio, nel caso di un aumento della produttività del 10%, le vendite devono aumentare in proporzione, altrimenti i licenziamenti dovuti alla razionalizzazione diventano una minaccia concreta. Per questo, più la produttività della macchina capitalistica mondiale viene incentivata, maggiore è la fame di risorse nell’accumulazione irrazionale di ricchezza astratta.

I genitori salariati di figli che scioperano letteralmente per sopravvivere si trovano in una situazione senza vie d’uscita : dato che nel capitalismo ha diritto di esistere solo cio’ che contribuisce, direttamente o indirettamente, alla sua crescita, i lavoratori salariati possono rifiutare di alimentare questa dinamica omicida verso la combustione del mondo, alla quale partecipano malgrado loro, solo al prezzo del proprio impoverimento. Mancanza di mezzi oggi o collasso del clima domani ? Questa mancanza di vie d’uscita puo’ essere risolta solo superando la follia della crescita capitalista.

Giustiniano

14 marzo 2019

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