Come un ragazzo berlinese aiuto’ un forzato polacco a scappare.

Dal 1940, anche la casa dei miei genitori, a Berlino-Mahlsdorf, era stata colpita dai bombardamenti e fortemente danneggiata dalle bombe incendiarie e dalle granate. Per cercare riparo dalla guerra mia madre, Klara Adam, e noi quattro figli ci trasferimmo dalla zia Anna, a Gross-Blumberg (oggi Brody, Polonia), in Slesia. Ma anche là il mondo non era diverso e facemmo le peggiori esperienze con il terrore nazista.

Sperimentai una violenza diretta, personale e strutturale sul mio corpo anzitutto a scuola, in particolare da parte del maestro Rohde e del direttore Kanig. Entrambi erano nazisti intransigenti. Il secondo perfino un dirigente locale del partito. Per Rohde, cavaliere delle SA, era un « piacere » battermi con il suo frustino. Non facevo parte della « Hitlerjugend » e non potevo neppure regalare, come altri allievi,  prodotti della terra ai maestri.

Emarginato e umiliato, strinsi amicizia con dei forzati polacchi, prigionieri russi e serbi che dovevano lavorare duramente presso gli agrari del villaggio. Vedevo con i miei occhi come venivano picchiati con grossi manganelli e il calcio dei fucili. Una volta, 30-50 prigionieri dovettero mettersi in riga nel cortile di una fattoria. I sorveglianti gridavano e i cani gli abbaiavano contro. Dietro una porta chiusa sentii delle grida e, subito dopo, degli spari.

Ero diventato intimo amico di un forzato polacco di 15 anni. Come me, badava alle mucche. Si chiamava Bolek. Mi chiamava sempre Adam, forse perché è un nome molto popolare in Polonia. Quando, una sera della primavera del 1945, riportavo le mucche al villaggio, passando dalla caserma dei pompieri, che serviva anche da prigione, sentii qualcuno che mi chiamava : « aiutami ». Mi girai e vidi, dietro una finestra con le sbarre, il viso di Bolek. « Adam, questi porci di nazisti mi hanno rinchiuso. Mi puoi aiutare ? » Gli risposi : « Si’, naturalmente, cerchero’ di fare qualcosa. Torno stasera, quando fa buio ».

Portai le mucche alle fattorie. Dall’officina di un contadino presi una sega a ferro, una tenaglia e un martello. La sera tardi andai in segreto fino alla caserma e porsi a Bolek gli attrezzi attraverso la finestra con le sbarre. Gli dissi : « scappa, Bolek, scappa ! Ti auguro buona fortuna ». Quando, la mattina dopo, portai di nuovo le mucche al pascolo, passai di nuovo davanti alla caserma. Là vidi molti poliziotti e gente della SA con i cani. Sentii quanto erano in collera : « Il polacco è scappato ! »

Il mio amico mi aveva intimato di non dire a nessuno che lo avevo aiutato nella fuga. Rimasi muto e non confidai neppure a mia madre quello che avevo fatto. All’epoca avevo nove anni e dieci mesi. Dentro di me ero contento della fuga riuscita del mio amico. E orgoglioso della mia azione.

Horst Adam

Liberamente tradotto dal tedesco da Giustiniano

8 maggio 2019

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