Verena Bahlsen, 26enne erede dell’omonima fabbrica di biscotti, loda il capitalismo e dichiara di voler comprare degli yacht con i suoi dividendi. A quanti la criticano per aver trascurato di ricordare che le sue ricchezze sono dovute anche allo sfruttamento di lavoratori forzati nel periodo nazista, mai indennizzati, risponde irritata che « é avvenuto prima che nascesse » ed aggiunge che « i forzati erano pagati quanto i lavoratori tedeschi ».

Com’è possibile che un’imprenditrice si richiami, piena d’orgoglio, alle conquiste dei suoi antenati – è stato suo nonno ad inventare la parola « Keks » (biscottino, in tedesco) – ma si consideri estranea al passato nazista dell’azienda ? Eppure, fra il 1941 e il 1945, circa 250 lavoratrici forzate straniere hanno lavorato nella fabbrica Bahlsen, ad Hannover. Per Verena non è un problema, perché quelle persone avevano, a suo dire, le stesse paghe dei dipendenti regolari. La reazione è indignata.

Ma per i ricercatori dichiarazioni del genere non sorprendono, anzi sono espressione di un atteggiamento tipico, quando si tratta delle azioni dei genitori e dei nonni dei tedeschi attuali durante il III Reich. Nello studio « Il nonno non era un nazista » di un gruppo di ricercatori alla fine degli anni 90 si esamina il modo in cui il nazismo e la II Guerra mondiale vengono ricordati dalle famiglie tedesche. Proprio come Verena Bahlsen, gli intervistati sostengono che i lavoratori forzati erano trattati bene, escludendo il contesto della guerra. Alcuni dichiarano che i forzati polacchi non potevano mangiare a tavola ma su una cassetta, come se, ripensandoci ora, si dovessero ringraziare i loro genitori.

In effetti molti forzati di allora ricordano anche gesti umani o rapporti amichevoli. Per molti di loro, inoltre, era chiaro che le loro probabilità di sopravvivenza erano maggiori sul territorio tedesco che nell’Europa orientale investita dalla guerra di annientamento nazista. Tuttavia la maggioranza lavorava fino allo sfinimento, era maltrattata fisicamente e moralmente. Molti morivano nelle miniere, nelle fabbriche e nelle fattorie. E naturalmente la riduzione in schiavitù di milioni di persone provenienti dai territori occupati dai tedeschi era una gigantesca ingiustizia, anche se sfuggivano in parte alla morte in patria. E anche se venivano in parte pagati.

Verene Bahlsen non puo’ farci nulla se i suoi antenati hanno impiegato manodopera forzata. Ma ne parla in modo ignorante e inconsapevole. D’altronde ci si potrebbe chiedere perché mai dovrebbe comportarsi meglio di altri. Uno studio recente dell’università di Bielefeld ha mostrato che il 69% degli intervistati negano che fra i loro parenti ci siano stati dei responsabili. Uno studio dell’università di Berlino ha registrato una sensazione di fastidio negli intervistati tedeschi costretti a ricordare pubblicamente il passato nazista.

Solo poche imprese hanno « elaborato » il loro passato senza pressioni esterne. Perfino istituzioni federali come il ministero della Giustizia hanno commissionato studi in proposito solo negli ultimi anni. Sarebbe auspicabile se un’azienda come Bahlsen volesse affrontare criticamente la sua storia e riconoscesse che il suo patrimonio è stato accumulato anche in modo criminale.

La ditta Bahlsen dovrebbe indennizzare i pochi sopravvissuti e non respingere le istanze di indennizzo ricorrendo alla prescrizione, come è avvenuto nel 2000 davanti a un tribunale tedesco. Naturalmente la sofferenza non puo’ essere compensata con il denaro. Tuttavia molte di queste persone sono poverissime e dispongono solo di una pensione minima. Verena Bahlsen non deve preoccuparsi. Anche dopo un simile passo potrebbe permettersi probabilmente l’acquisto di uno yacht…

Giustiniano

15 maggio 2019

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