In Africa occidentale, contadini generalmente poveri  producono, in poderi di 2-5 ettari, il cacao. Per garantire la loro sussistenza, il loro reddito medio dovrebbe essere il triplo. E’ per questo che non impiegano degli adulti per la raccolta e ricorrono ai bambini, compresi i propri, che non possono andare a scuola. Le ore di lavoro sono molte. Gli attrezzi, come il machete, pericolosi. Le ferite moneta corrente. L’uso di pesticidi puo’ compromettere il loro sviluppo. Non è rara la tratta di esseri umani e la schiavitù. Bambini del Mali e del Burkina Faso sono venduti per lavorare in Costa d’Avorio.

Le imprese europee che comprano il cacao e producono cioccolata non sono sanzionate dai governi, sempre in prima fila quando si tratta di difendere i « diritti umani » o di « esportare la democrazia ». Per finirla con il lavoro minorile, dovrebbe aumentare almeno il prezzo minimo che pagano ai produttori. Ma il protocollo contro il lavoro minorile firmato nel 2001 da Nestlé, Mars e Ferrero con i governi del Ghana e della Costa d’Avorio è stato aggirato grazie all’attività di lobbying delle ditte stesse.

Passando dal settore dell’agricoltura a quello dell’industria tessile e dal lavoro dei bambini a quello delle donne, il problema è lo stesso. Dopo il rogo del 2012 (uno dei tanti), costato la vita a 110 operaie nella fabbrica del fornitore di KIK, a Karachi (Pakistan), nessuna sanzione è stata applicata al proprietario per il mancato rispetto delle norme di sicurezza. E tanto meno all’acquirente europeo (KIK), catena tedesca con 3.500 negozi di confezioni e 25.000 dipendenti in Europa (giro d’affari 1,95 miliardi di euro),  che accumula giganteschi profitti grazie ai salari di fame pagati al personale delle sue ditte fornitrici in Bangladesh, Cina, Pakistan e Turchia.

Giustiniano

13 giugno 2019

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