Direttore della fotografia per film e documentari, Michele Gurrieri vive e lavora a Parigi dove è membro dell’assemblea locale di Potere al Popolo. La recensione che segue, di Sergio Cappello, del Circolo Carlo Giuliani di Parigi, rende omaggio, attraverso una lettura militante, al suo primo libro come fotografo.

Secondo Raymond Queneau ogni forma narrativa è riconducibile a due archetipi: da un lato l’Iliade che, da Omero a Proust, è sempre una ricerca del tempo perduto – che si svolga davanti alle mura di Troia, o in un’isola deserta o presso i Guermantes, è sempre la cronaca di un tempo dilatorio – ; dall’altro l’Odissea, un forma di racconto che restituisce al tempo tutta la sua pienezza, come esplorazione avventurosa del mondo e come itinerario interiore, a ritroso, alla ricerca di sé.

Per me, il libro di Michele Gurrieri, entra nel novero delle Odissee, non solo perché attraversato da una sorta di “nostos”, di desiderio del ritorno, che dà al libro il suo tono particolare e ne motiva in parte la genesi, ma soprattutto perché restituisce al tempo la pluralità delle sue direzioni. È un viaggio coraggioso attraverso l’Italia di oggi, verso qualcosa di nuovo da cogliere nell’immediatezza dell’incontro ma che domanda al tempo stesso di essere interpretato alla luce di un passato (e di un vissuto) persistente nella memoria individuale e collettiva. Il viaggio si snoda così lungo due direzioni opposte: il riavvicinamento ai luoghi, a volte eccitante, altre volte più inquietante, ma sempre vitale come ogni forma di rincontro, implica sistematicamente la necessità di prendere le distanze, per cercare di capire, e cogliere il senso delle nuove immagini nella dimensione riflessiva del ricordo, della ricostruzione, attraverso la lettura di una traccia e il tentativo di ricomporre una storia. Costruito su questa dualità, il libro sembra introdurci in uno spazio incerto come lo è il ritorno da un esilio, poco importa se forzato o voluto: animati dalle domande di un presente che, di fatto, è altrove, si avanza e si risale nel tempo del ricordo, confrontandosi con i luoghi che hanno forgiato la nostra identità, per scoprire che il mondo senza di noi è cambiato e che ogni cambiamento porta in sé una traccia della nostra assenza.

Il luogo di questo libro è dunque un’Italia molto particolare, a cavallo tra passato e presente che sul filo dei testi e delle immagini ci appare come una sorta di terra di nessuno che ciascun lettore-spettatore può investire come meglio crede: a partire dall’immediatezza delle immagini, frutto della simultaneità dello scatto e della rapidità del messaggio visivo; o a partire dai testi che documentano, vagliano, si sforzano di ricomporre in un discorso più organico la realtà sfuggente che si offre al nostro sguardo. In effetti, per affrontare il suo viaggio in Italia, e le sue insidie, Michele si è ben equipaggiato, sapendo maneggiare con uguale destrezza la tecnica fotografica e la scrittura. Alla padronanza della luce e dei giochi d’ombra fa riscontro una scrittura informativa sempre essenziale, chiara, precisa ed elegante. E tra l’occhio e la parola, tra l’immagine e il discorso, si crea uno scambio incessante, carico di sviluppi e significati a volte sorprendenti. Il libro, in effetti, si rivela fresco e originale proprio nella misura in cui tra il testo (esplicativo) e l’immagine (illustrativa) si manifestano elementi di rottura, difformità o contraddizioni, rivelatori di una dialettica molto più ricca e articolata di quanto non sembri a prima vista. Come nella splendida serie dedicata alla comunità cinese di Prato, dove il testo ritraccia la storia di un radicamento comunitario sullo sfondo di una mondializzazione che sovrappone e confonde i codici culturali e crea scompensi sociali atti a nutrire pericolose chiusure identitarie. E mentre il testo racconta il declino di una società travolta dalla crisi e rimpiazzata da una nuova realtà operosa venuta d’altrove, pronta a innestarsi nel ceppo di una tradizione produttiva che finirà per appropriarsi a forza di sudore, l’apparizione improbabile di un busto di Mao Tze Tung, posato su un banchetto di mercato tra due lattine di soda cinesi, come in una sorta di altare votivo, sembra suggerirci una nuova dimensione, metaforica, in cui l’immagine si sottrae alla storia per introdurci in un tempo antropologico ricco di risonanze: un culto atavico, pervenutoci da mondi lontani come espressione di una spiritualità ignota, si trasforma improvvisamente in qualcosa di familiare e riconoscibile: il simbolo di un’ideologia che ha nutrito le nostre speranze e il nostro desiderio di trasformare il mondo con la forza persuasiva di un mito fondatore. Ed eccolo oggi, Mao Tze Tung, che sta lì a guardarci interrogativo dal suo mezzobusto, come un’icona e come una cianfrusaglia consumistica residuale.

Anche la rubrica dedicata alle Resistenze, letta in quest’ottica, si rivela carica di sorprese. Penso alla serie di foto, magnifiche, dedicate ai Murales di Orgosolo, accompagnate da un testo che ripercorre la storia della resistenza di questa comunità contadina sarda contro la militarizzazione delle campagne alla fine degli anni sessanta, capace di esprimere un’ideale di bellezza socialmente impegnato, vettore d’identità culturale e politica, profondamente radicato nel territorio che si sforzava di difendere. Poi i tagli della spesa pubblica, la scomparsa dei servizi, la desertificazione programmata hanno portato al lento declino di quel sogno libertario. Eppure, dai muri in pietra della città abbandonata dagli uomini, come per magia, emerge una realtà quasi fantasmatica, fatta di figure variegate, nate da influenze complesse e dall’incontro fervido tra arte e popolo, che con la forza della loro bellezza inalterabile ci richiamano all’impegno e alla difesa dei nostri diritti calpestati.

Generazioni, Luoghi, Maschere, Confini, Fascismi, Resistenze, Lavori, Devozioni, Libertà sono le 9 rubriche che scandiscono questo viaggio tra l’Italia di ieri e di oggi alla ricerca non di risposte, ma d’interrogativi da cui ripartire. Con fiducia, come risalta dall’interessante rubrica consacrata al lavoro, inteso in una prospettiva hegelo-marxiana come fonte di emancipazione sociale. Certo, ci vuole una buona dose di ottimismo per credere, ad esempio, che a Ballarò saranno le associazioni che si battono per l’integrazione delle popolazioni straniere e la riabilitazione del quartiere ad avere ragione degli estorsori mafiosi  che continuano a prosperare nell’impunità e a taglieggiare un popolo, che ha fatto il callo all’oppressione. Ma è anche vero, e le foto di Michele stanno a documentarlo, che quel popolo è ancora là con quei visi che raccontano una storia incessante di scambi e passaggi, con la sua lingua integra e inconfondibile, con la sua vitalità spontanea, con la sua esperienza della vita e la sua saggezza.

Tra le immagini della mia Palermo, una in particolare mi ha trasportato alle mie origini. È quella di un bambino rannicchiato davanti a una scenografia dell’opera dei pupi. Ha uno sguardo sognante ma che osserva attentamente per conoscere e capire, forse è un figlio d’arte che senza accorgersene sta imparando il mestiere. Mi ha fatto pensare alle mie prime letture d’immagini sulle tavole del carretto siciliano del venditore ambulante di frutta e verdura da cui faceva la spesa mia madre. La grafica e i colori sono quelli. Mi ha fatto ripensare ai miei tentativi di decifrare le storie avventurose dei paladini con il loro catalogo manicheo di nobili virtù e vizi abietti. E che quello è il punto di partenza di una vita, e poi di un’altra, e che permane qualcosa che non cessa mai di ripartire. E uno slogan degli anni della mia giovinezza militante mi è subito venuto in mente, con la forza di una rivelazione: “il personale è politico!”. Nel clima degli anni settanta, quello slogan non si riduceva alla constatazione, tutto sommato banale, che esiste un determinismo sociale che condiziona la sfera intima e i rapporti interpersonali, ma implicava l’idea che nessuna rivoluzione sociale avrebbe potuto realizzarsi se non si fosse stati capaci di cambiare interiormente, di mettersi in questione, nella sfera personale, giocandosi tutto sulla propria pelle, per scavalcare i limiti dell’educazione ricevuta, dei condizionamenti familiari e sociali. L’arte è una delle forme di questa liberazione, quanto più utile ed efficace, quanto più è condivisibile e socializzabile.  E in questo ringrazio Michele che con il suo libro, e il suo lavoro d’artista militante, mi ha dato l’occasione di ricordarmelo e di ribadirlo.

Sergio Cappello

19 giugno 2019

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