L’Argentina è insolvente. Se si arriverà, per l’ottava volta dopo l’indipendenza del paese nel 1816, ad un’ammissione di fallimento, dipende solo dai creditori. Se non accetteranno di rinegoziare le scadenze delle rate del debito, l’Argentina fallirà, o meglio, dato che gli Stati non possono fallire, precipiterà verso la prossima crisi.

Ancora una volta, buona parte della responsabilità è del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che a metà del 2018 ha accordato al governo del presidente Mauricio Macri  una linea di credito triennale di quasi 57 miliardi di dollari, dilapidati in acquisti per sostenere il peso argentino. Sotto gli occhi del FMI, l’obiettivo di bloccarne la svalutazione è stato mancato.

Dalla fine del 2015, sotto la presidenza dell’allievo modello del neoliberismo Mauricio Macri, il debito estero dell’Argentina è aumentato di oltre un terzo, raggiungendo 334 miliardi di dollari. Il deficit del bilancio pubblico è esploso. Per ottenere i crediti del FMI l’Argentina doveva risparmiare, fino a scoppiare. Una ricetta che conosciamo bene anche in Italia. La recessione è in corso da tempo e da tempo gli argentini hanno perso la fiducia in Macri. E, da quando quest’ultimo ha perso le primarie, neppure i mercati gli credono.

I poveri e le classi lavoratrici pagheranno, ancora una volta, il conto…

Giustiniano

30 agosto 2019

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