L’8 settembre 1974 Fabrizio Ceruso ha 19 anni. A Tivoli, dove vive con la sua famiglia – suo padre fa il netturbino, sua madre è casalinga – milita nel Comitato proletario, che fa capo ad Autonomia operaia. Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante… dice una delle canzoni a lui dedicata.

Quella domenica aiuta la sua famiglia a traslocare a Villa Adriana, dove finalmente ha ottenuto una casa popolare. Poi corre a Roma per difendere altre case popolari, quelle  occupate nel quartiere di San Basilio che la polizia tenta da tre giorni di sgomberare. Un poliziotto, visto da numerosi testimoni, si inginocchia e spara quattro colpi. Fabrizio cade in via Fiuminata, colpito al petto da una pallottola calibro 7,65. « Non luogo a procedere » per il tribunale, « essendo ignoti gli autori del reato ».

Nell’Italia del 1974 è perpetrata, il 28 maggio,  la strage di Brescia – 8 morti e 102 feriti –, il 4 agosto quella del treno Italicus – 12 morti e 45 feriti –,  e un certo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa decide di soffocare la rivolta nel carcere di Alessandria dove, il 9 maggio, i morti, fra detenuti e ostaggi, sono cinque.

Non lontano da San Basilio, al Tiburtino III, il 3 maggio di trent’anni prima, una donna, Caterina Martinelli, guida le donne della borgata all’assalto di un forno. Viene assassinata da un poliziotto. Il giorno dopo, qualcuno mette sul marciapiede dove è stata uccisa un cartello dove è scritto : « qui i fascisti hanno ammazzato Caterina Martinelli, una madre che non poteva sentir piangere dalla fame tutti insieme i suoi figli ».

Dal 4 all’8 settembre, a Roma e a Tivoli, Fabrizio viene ricordato in una serie di iniziative.

Giustiniano

5 setttembre 2019

 

 

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