Il 1° ottobre 1949 Mao tse-tung proclama, al termine di una doppia, pluridecennale e terribile battaglia contro la reazione interna e l’imperialismo internazionale,  culminata nella sanguinosa guerra contro l’invasore giapponese, la Repubblica popolare cinese.  L’ormai esangue impero manciù, la repubblica borghese fondata da Sun-yat-sen nel 1911 e tradita da Chiang kai shek nel 1928 sono ormai lontani. La guerra di Corea, la Campagna dei « Cento fiori » il « Grande balzo in avanti», la rottura delle relazioni con l’URSS, la Rivoluzione culturale, il sostegno ai popoli indocinesi in lotta contro l’imperialismo americano sono le tappe di un percorso lungo il quale il Partito comunista cinese sperimenta un socialismo molto diverso da quello staliniano.

La Rivoluzione culturale ispira i giovani che si battono nel mondo intero per una nuova società. Ma la lotta fra le due linee è aspra.   La morte di Mao, nel 1976, fornisce alla destra l’occasione per riprendere nel partito il sopravvento che aveva perso durante la Lunga Marcia, nel 1935. Deng hsiao-ping, storico capo della linea di destra (Mao non ha risolto le divergenze con i suoi avversari eliminandoli fisicamente), fa tabula rasa della sinistra che ha governato il partito per trent ‘anni. A partire dal 1978, le sue « riforme » preparano il terreno per un decollo economico senza precedenti della Cina, un paese socialista a parole ma capitalista nei fatti, sperimentando una sorta di social-capitalismo la cui dinamica è tuttora operante.

Lo sviluppo industriale cinese non si accompagna ad una « apertura politica » verso il parlamentarismo borghese. Gli osservatori occidentali sono confusi. Come del resto la sinistra marxista. L’economia cinese diventa in pochi anni un subfornitore degli USA e del resto del mondo. Esporta tecnologia e capitali.  Investe in Asia, in Africa, in America latina. In Europa. Rivendica la sua sovranità sul Mar della Cina. C’è chi parla di capitalismo di Stato, come quello che ha caratterizzato i paesi europei sviluppati nella prima fase della loro industrializzazione,  di semi-socialismo, di nuova classe dirigente costituita da burocrati-tecnocrati.

Gran parte dell’economia cinese attuale è in mano a imprese private. Alcuni fra i più ricchi personaggi del pianeta solo cinesi. Centinaia di milioni di contadini impoveriti hanno dovuto abbandonare le campagne per fornire la manodopera necessaria all’industria e ai servizi in giganteschi agglomerati urbani. Questi lavoratori si stanno organizzando in sindacati molto diversi da quelli ufficiali, fedeli al governo. Le lotte di intere comunità contro amministratori corrotti si moltiplicano.

La lotta, come la storia, continua…

Giustiniano

1° ottobre 2019

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