Lamezia Terme, Calabria. Il 20 ottobre 1974 i fascisti uccidono un giovane e ne feriscono altri quattro. Adelchi Argada soccorre un amico, Giovanni Morello,   ferito a una gamba, riuscendo a metterlo in salvo,  ma viene colpito da quattro colpi di postola. Uno gli perfora il cuore. Adelchi ha 21 anni. Milita nel “Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario” (FPCR) calabrese.  Ha le mani grandi come le palanche del cantiere di Modena dove deve andare a lavorare. E le spalle larghe di chi solleva blocchetti e sacchi di cemento. Può avere paura delle condizioni di sfruttamento a cui sono costretti lui e quelli come lui, non certo di qualche fascistello incontrato per strada, la sigaretta all’angolo della bocca, la pettinatura fresca di barbiere e quell’aria molle e gonfia di chi si trascina nel pigro far niente dei figli di papà. Tipi così, Adelchi li incontra a passeggio per Lamezia il pomeriggio del 20 ottobre. Sono i suoi assassini

Al suo funerale, al quale partecipano 30.000 persone, uno studente  prende la parola a nome dei ragazzi di Lamezia,: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto a una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori, non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio ».

Gli assassini sono studenti « di buona famiglia ». Michelangelo Di Fazio studia Giurisprudenza a Firenze. E’ conosciuto sia dai fascisti del posto che da quelli dell’università toscana. Oscar Porchia, che milita nel MSI,  è stato segretario del Fronte della Gioventù di Lamezia. Arrestati ed imputati di omicidio, i due squadristi sostengono di aver sparato per legittima difesa. Una parte della stampa locale li spalleggia. Ottengono lo spostamento del processo da Lamezia Terme a Napoli. Vengono condannati, rispettivamente, a quindici anni e quattro mesi e otto anni e tre mesi di reclusione.

Adelchi è sempre in prima fila nelle lotte e nella mobilitazione antifascista, uno dei tanti che, dopo essere stato emarginato dalla scuola, è sbattuto su un treno e costretto ad emigrare. La sua storia non è particolare; è la storia di milioni di giovani meridionali utilizzati per arricchire i padroni di mezza Europa. Ma non è  solo un proletario, è cosciente della sua situazione, convinto che i privilegi che gli sono stati negati sin dalla nascita non sono frutto di un destino più o meno crudele, ma della ferrea logica di una società basata sull’ineguaglianza e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, consapevole che una società migliore è possibile realizzarla e che bisogna lottare, dando il meglio di se stessi, affinché l’emancipazione delle masse non sia solo un discorso commemorativo da fare il Primo Maggio o ad ogni scadenza elettorale…

Non lo dimentichiamo

Giustiniano

22 ottobre 2019

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