Il 1° dicembre di 10 anni fa entra in vigore il Trattato di Lisbona. Il progtto non riscuote grandi consensi, come è naturale per un contrattio-capestro che limita le competenze dei governi nazionali. In Francia, in Irlanda e nei Paesi bassi, dei referendum avevano detto no alla « Costituzione europea ». Ma la democrazia è un concetto elastico. Qualche modifica basta per l’approvazione da parte degli Stati membri. Il parere dei lavoratori non viene più richiesto.

Gli obiettivi sono ambiziosi. Entro il 2020 l’UE deve diventare « lo spazio economico più competitivo e più dinamico del mondo ». E invece, nell’UE dominano stagnazione e povertà. La politica austeritaria e quella monetaria,  dettate soprattutto dalla Germania, raggiungono l’estremo limite. E Parigi osa mettere in discussione la regola più sacra : i criteri di Maastricht, in base ai quali i nuovi debiti degli Stati non devono superare il 3% del PIL, non sono più il problema maggiore. L’UE deve preoccuparsi anzitutto della sovranità europea, che dipende  dagli « investimenti nelle tecnologie del futuro ».

Nel Trattato di Lisbona viene prescritta per la prima volta una « politica della sicurezza e della difesa comune ». L’ex ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen, che entra in funzione oggi come presidente della Commissione europea, non è seconda a nessuno nella promozione di una politica di riarmo franco-tedesco. E’ lei a sostenere che l’UE deve « mostrare i muscoli » ed « impiegare la forza di cui dispone in maniera più mirata quando sono in gioco gli interessi dell’Europa ». La signora  non fa mistero della sua ostilità nei confronti della Russia e della Cina…

Giustiniano

1° dicembre 2019

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