In Francia, dall’inizio del movimento dei gilet gialli, nel dicembre 2018, e dopo le ultime manifestazioni e scioperi contro la riforma delle pensioni, il problema della violenza della polizia diventa sempre più grave. Una valanga di video la documenta : quest’anno, a Lione, in una manifestazione contro la riforma delle pensioni un poliziotto ha sparato un lacrimogeno su degli studenti che filavano la folla dal bancone della loro abitazione. Un altro ha sparato a bruciapelo una flash-ball su un manifestante. Cédric Chouviat, un rider di 42 anni, è morto dopo che per un controllo di identità la polizia gli ha schiacciato la laringe, soffocandolo. Sono immagini di una polizia che si accanisce su persone senza difesa (c’è chi ha perso una mano, chi un occhio) che costringono le autorità ad ammettere che le violenze poliziesche esistono.

Finora lo Stato non accettava neppure di discuterne. Nel marzo 2019 il presidente Macron, durante il cosiddetto « grande dibattito nazionale », dichiara « non parlate di repressione o violenze poliziesche…sono parole inaccettabili in uno Stato di diritto » mentre, contemporaneamente, la commissaria ai diritti umani dell’ONU, Michelle Bachelet, invita il suo governo a « indagare a fondo sui casi denunciati  di uso eccessivo della violenza». Davanti alle immagini che mostrano un poliziotto picchiare un dimostrante, il primo ministro Edouard Philippe ha ammesso per la prima volta che un problema esiste, definendole « violente e inaccettabili ». Il ministro degli Interni ne ha seguito l’esempio dichiarando che il lavoro della polizia dev’essere « esemplare ». Macron dice di aspettarsi dalla polizia solo « metodi puliti, professionali ». Ma non si tratta di un cambio di strategia.

La polizia francese ha una lunga tradizione di brutalità. Molti dei suoi metodi di controllo e repressione sono applicati nella « metropoli » dopo essere stati sperimentati su « indigeni » delle ex colonie. Per tutto il periodo coloniale i poliziotti hanno riportato a casa le loro esperienze – dall’Algeria, ad esempio – per applicarle nei quartieri operai e nella repressione delle rivolte sul territorio nazionale. Le tecniche di immobilizzazione che sono costate recentemente la vita ad Adama Traoré e a Cédric Chouviat o l’uso di violenze sessuali per umiliare gli arrestati, come nel caso di Théo Luhaka nel 2017, fanno parte di questa storia, mai rivisitata criticamente.

Negli anni 70 organizzazioni come il movimento operaio arabo hanno iniziato a criticare « i crimini polizieschi a carattere razzista », reagendo ai tentativi della polizia di criminalizzare le vittime diffamandole come « recidivi » o « drogati » che « se l’erano cercata ». Il comportamento brutale, razzista della polizia francese non è mai stato chiamato con il suo vero nome. Ancora oggi, per gli scontri con la polizia si fa uso di concetti come « errore » o « mancanza ». Dall’inizio degli anni 2000 media di tipo nuovo offrono alle famiglie e ai sostenitori delle vittime una possibilità di essere uditi. Negli anni 2010 i grandi giornali cominciano a parlare di « violenze della polizia », magari fra virgolette, per mettere in discussione la loro legittimità. Solo l’11 gennaio del 2020 « Le Monde » parla di qualcosa di definibile come violenza poliziesca senza virgolette.

La recente intensificazione della violenza è anche il risultato della ristrutturazione neoliberista iniziata all’inizio degli anni 70 con l’introduzione di una nuova filosofia, tendente ad incrementare la produttività della polizia, che si comporta ormai come un’ »impresa » con « obiettivi » da conseguire, unico criterio di valutazione del suo operato. Il modo più semplice per raggiungerli sono gli arresti per possesso di droga o documenti irregolari, il che significa che nel mirino della polizia ci sono anzitutto le minoranze e la classe operaia.

Il numero di vittime della polizia francese negli ultimi cinque anni è più che raddoppiato. I morti sono fra 25 e 35 all’anno. Appartengono a minoranze etniche o alle classi lavoratrici. Che si tratti di manifestanti o di giovani delle banlieues, i metodi della polizia sono quelli che la classe dominante ritiene necessari per il mantenimento di un ordine sociale sempre più iniquo. La violenza della polizia non è il risultato di una perdita di controllo da parte dello Stato ma si tratta piuttosto di un metodo di governo collaudato da tempo. Le recenti ammissioni sono solo fumo,  come la decisione di sostituire le granate GLI-F4 con le GM2L, altrettanto micidiali.

Tutta questa violenza non ha fiaccato la volontà di resistere. Come i familiari e gli amici delle vittime di violenze poliziesche, che da decenni si organizzatno e scambiano le loro esperienze, anche il movimento dei gilet gialli fa sperimentare a nuovi strati sociali la violenza della polizia. E proprio i gilet gialli, fenomeno incoraggiante, continuano ad applicare progetti di nuove forme di solidarietà che promettono un futuro più libero.

Giustiniano

16 febbraio 2020

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