La crisi della finanza globale dimostra che il mercato non si regola da solo. Mercati senza regole, beni pubblici privatizzati, commercio liberalizzato non portano innovazione, prosperità, stabilità economica e politica. Portano, invece, la più grave crisi del capitalismo dopo quella degli anni 30. Sebbene le teorie economiche neoliberiste ignorino le crisi, sostenendo che il mercato, lasciato a sé stesso, produce un « ordine spontaneo », tutti si accorgono adesso della polarizzazione, sociale e politica, della società. Sociale per la divaricazione dello sviluppo fra nord e sud globale, fra centro e periferia dell’UE, fra regioni ricche e regioni povere, fra eleganti centri cittadini e squallidi suburbi. Politica per il dilagare di movimenti neofascisti e la comparsa, a sinistra,  di un’opposizione al neoliberismo. Appena due anni dopo la crisi del 2008, gli stessi economisti che sostengono che il neoliberismo è morto assistono stupiti alla sua rinascita.

I beni pubblici europei vengono svenduti, i contratti collettivi di lavoro aboliti, i salari e le pensioni ridotti, i servizi  tagliati, la sanità falcidiata. In Italia nasce lo slogan « l’austerità uccide ». Prima di quella del 2008, la storia del capitalismo registra tre crisi : fra il 1873 e il 1896, fra il 1929 e il 1939 e fra il 1967 e il 1979. Ora si ricomincia. E c’è di nuovo chi sostiene che « il neoliberismo è morto », lo Stato è di ritorno, stanzia risorse per superare la crisi abolendo il fiscal compact. Ma, anche se in teoria il neoliberismo significa che il mercato viene prima dello Stato, in pratica lo Stato è rimasto essenziale, come dimostrano le dittature e le guerre per imporlo in Cile come in Medio Oriente, e la creazione di giganteschi trattati transnazionali per mettere al sicuro la proprietà privata da ogni controllo democratico. Ed è lo Stato a incrementare  gli apparati repressivi e costruire muri contro le resistenze e le contraddizioni della globalizzazione neoliberista.

Il neoliberismo è morto solo in teoria. Come nel 2008. Non sono morti i rapporti di forza fra capitale e lavoro che ne sono fondamento. Già alla crisi di dodici anni fa segue una stretta fiscale per evitare il crollo della politica di austerità. Qualcuno la crisi deve pagarla. E lo stesso rischia di succedere nel 2020, quando le spese necessarie ad evitare il fallimento delle imprese, conseguente alla crisi del coronavirus,  saranno scaricate sulle masse lavoratrici. Eppure le crisi sono anche un’opportunità, che la sinistra puo’ sfruttare puntando alla socializzazione del settore finanziario, alla ripubblicizzazione del sistema sanitario, alla conversione social-ecologica dell’industria facendo pagare ai ricchi i costi relativi. Altrimenti scopriremo che il neoliberismo non è morto ma, diversamente dalle vittime di sistemi sanitari distrutti – in Europa come in America –  dai tagli e dalle economie, è vivo e vegeto…

Giustiniano

26 marzo 2020

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