Domani, sabato, finirà l’era Corbyn. Da settembre 2015 il socialdemocratico britannico rappresenta la possibilità di un’uscita progressista dal neoliberalismo degli ultimi 30 anni. Non ce l’ha fatta. Ma puo’ dire di aver avuto sostanzialmente  ragione. Oggi, di fronte alla crisi economca e sanitaria,  è un governo conservatore che, senza batter ciglio, mette sotto controllo pubblico le ferrovie con l’intenzione, ovviamente, di restituirle più tardi alle società di gestione private. Fino alla fine Corbyn ha fatto di tutto per far uso del suo ruolo di capo dell’opposizione nell’interesse delle classi lavoratrici. Ancora il 31 marzo scorso ha scritto una lettera aperta al primo ministro Boris Johnson per chiedere migliori condizioni di lavoro per il personale sanitario. La priorità assoluta, per lui, deve essere accordata all’acquisto di abbigliamento protettivo per i medici e gli infermieri, l’esecuzione di tamponi generalizzata per tutta la popolazione, il miglioramento della sanità e la soddisfazione delle rivendicazioni sindacali che chiedono la chiusura delle fabbriche non essenziali per proteggere i lavoratori.

Corbyn ha militato tutta la vita nel movimento socialdemocratico. Ha sostenuto la candidatura di Anthony Benn alla carica di presidente del partito nel 1983. Un anno prima si è battuto contro l’espulsione, voluta dalla destra interna, dell’ala trotskysta “Militant Tendency”. E’ stato arrestato in varie manifestazioni contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. 2017 lui e i suoi sostenitori sono andati vicino alla vittoria alle elezioni politiche, il cui risultato non è stato quello sperato da Theresa May, ma un governo conservatore di minoranza. Da decenni il movimento sindacale britannico non aveva avuto un dirigente come lui alla testa del partito laburista. Corbyn prometteva l’abolizione delle leggi antisindacali e la nazionalizzazione di corrente, acqua e gas, privatizzati. Con lui il Labour è ridiventato un’organizzazione di massa con centinaia di migliaia di iscritti.

Ma Corbyn è rimasto prigioniero del suo successo. In quanto capo del partito solo raramente è riuscito a mobilitare la sua base, impigliato nella trama delle manovre parlamentari e dei tentativi di concludere dei compromessi con la destra del partito ai quali quest’ultima non era interessata. Già nel 2015, in una lettera indirizzata ai sindaci laburisti,  Corbyn e il suo braccio destro John McDonnell intimavano loro di respingere pacchetti « illegali » di tagli. Era un messaggio all’ala destra del partito, che dominava nei comuni ed approvava le misure di risparmio del governo conservatore.

Mentre Corbyn prometteva il socialismo dal vertice del Labour, proprio nelle sue roccaforti, nelle ex regioni industriali, la gente sperimentava la politica di un partito sempre più imborghesito. Il Labour era considerato parte dell’establishment, non della rivolta. Nel 2016, il voto di molti abitanti di quelle regioni in favore del Brexit è stato in una certa maniera una censura del partito laburista, che sosteneva la posizione del « remain ». Lo spostamento di Corbyn, a partire dal 2017, su una posizione favorevole di fatto al « remain » e, nelle settimane precedenti le elezioni politiche del dicembre 2019, la richiesta di un secondo referendum sull’UE, si è rivelato una catastrofe. Il risultato è stato un governo conservatore con una maggioranza parlamentare assoluta guidato da Johnson. Quest’ultimo ha vinto proprio in quelle circoscrizioni considerate irrilevanti dagli strateghi del Labour perché era impensabile che gli abitanti delle zone operaie un giorno avrebbero votato tory.

Proprio oggi un partito di sinistra militante sarebbe importantissimo. In tutto il paese si moltiplicano le proteste e, in parte, gli scioperi dei lavoratori dei grandi cantieri, dei centri di distribuzione, delle ditte di pulizie e della nettezza urbana per imporre misure di protezione adeguate contro la pandemia di coronavirus. Difficile credere che Keir Starmer, il probabile successore di Corbyn, sia l’uomo adatto.

Giustiniano

3 aprile 2020

Print Friendly