La pandemia costa caro. Chi paga ? La risposta non è semplice. L’entità delle perdite e del relativo costo non è chiara. E non è chiaro se cambiamenti fiscali provocheranno una redistribuzione degli oneri. Le spese da affrontare implicano un aggravio per la finanza pubblica. Si aggiungono crediti statali, garanzie di crediti e alleggerimenti fiscali. E la riduzione del PIL, che significa calo delle entrate fiscali. Maggiori spese e minori entrate per lo Stato comportano un aumento del debito pubblico. Le riforme fiscali degli ultimi decenni hanno severamente ridimensionato il principio di progressività della tassazione. Il 60% della ricchezza è concentrata nelle mani del 5% della popolazione. Si potrebbe prelevare, ad esempio, un contributo una tantum sui patrimoni dell’1% dei più ricchi. Per l’intera UE, se la lotta contro il Covid-19 costa 10 punti di PIL, una tassa progressiva sul patrimonio dell’1% più ricco basterebbe per pagare i debiti corrispondenti nel giro di dieci anni.

Si teme invece una riproposizione dell’austerità per ridurre il costo della crisi e pagare i nuovi interessi sui nuovi debiti. La spesa pubblica sarebbe tagliata e con essa i salari, il welfare e i servizi. Il taglio dei salari dovrebbe servire ad aumentare la competitività. Aumenterebbero le tasse sui consumi e calerebbero quelle sui capitali. Le pensioni sarebbero ridotte e le retribuzioni dei dipendenti pubblici bloccate. Il problema è che l’austerità, invece di risolvere la crisi, ne provoca un’altra, come sperimentato nella crisi del 2010. Alcuni economisti propongono la semplice accettazione del debito pubblico. Alla lunga, una crescita dell’economia migliorerebbe il rapporto fra debiti e PIL. Un passo ulteriore sarebbe l’acquisto del debito pubblico da parte della BCE, trasformandolo in obbligazioni a 100 anni. O a 1000 anni. Cancellando di fatto i debiti. Un’ipotesi scartata dalla Germania, che teme che creando nuova moneta si faciliti l’inflazione, con aumento dei prezzi e del costo della vita.

I costi della crisi si sentono già oggi. Stato e imprese perdono introiti, lavoratori perdono il posto o passano a orario ridotto. Una parte delle perdite sarà compensata da nuovi debiti. La speranza è che la crescita economica e i bassi interessi bastino a finanziare il servizio del debito. Il calo del PIL non provoca una riduzione dei profitti ma un taglio dei salari e un aumento della disoccipazione. La cosa più probabile è che la crisi legata alla pandemia sia occasione per i capitalisti per aumentare la redditività dei loro capitali riducendo ulteriormente i salari. I termini del problema, in questa come nelle precedenti crisi, restano gli stessi : come si distribuisce la ricchezza prodotta ? Quanti perdono il lavoro ? Quanti sono i poveri ? Quanto aumenta la diseguaglianza fra capitale e lavoro ? Se questi squilibri diminuiranno, l’esito sarà positivo. Altrimenti no…

Giustiniano

16 maggio 2020

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