Il Congo conquista la sua indipendenza formale nel 1960. Le prime elezioni politiche, il 25 maggio, sono vinte dal Mouvement National Congolais (MLC) diretto dal futuro primo ministro Patrice Lumumba. Ma l’autodeterminazione dall’oggi al domani non corrisponde ad un’effettiva ndipendenza politica, culturale ed economica. L’esempio del Congo mostra che la decolonizzazione è un processo complesso. Sia in Congo che in Europa esistono una quantità di posizioni politiche, da quelle reazionarie, coloniali e revisioniste a quelle progressiste e critiche nei confronti del colonialismo. Lumumba, considerato oggi un’icona della decolonizzazione, ha un ruolo centrale. E’ un militante, un personaggio politico e una figura simbolica anticoloniale. Alla fine cade, vittima di un complotto internazionale.

La storia coloniale del Congo è un esempio della concorrenza di interessi economici, razzismo e violenza sfrenata. Il re belga Leopoldo II ne prende possesso come privata proprietà in seguito alla Conferenza sull’Africa di Berlino, nel 1884-85. Vi instaura un regno del terrore che mira al massimo sfruttamento possibile. I suoi metodi sono cosi’ brutali da destare scandalo già all’inizio del XX secolo. Nel 1908 la pressione dell’opinione pubblica costringe Leopoldo a trasferire la proprietà del Congo allo Stato belga. Il dominio coloniale e le critiche restano. Quando in Congo, dopo la II Guerra mondiale, le forze anticoloniali diventano più forti, l’amministrazione belga tenta di impedire con tutti i mezzi l’autodeterminazione. Alla fine deve cedere e riconoscere più tardi, ufficialmente, l’indipendenza del Congo. Ma la volontà di esercitare la sua influenza sull’ex colonia resta immutata.

Nel giorno dell’indipendenza della Repubblica del Congo, il 30 giugno 1960, il primo ministro Lumumba tiene un discorso che viene recepito a livello internazionale come un affronto all’Europa. Parla delle tecniche coloniali e del nesso fra l’oppressione dei congolesi e lo sfruttamento delle risorse del paese. Smaschera il progetto coloniale e la sua violenza razzista che si traducono nella pratica della disumanizzazione e della segregazione. Lumumba non ha dubbi : la decolonizzazione ottenuta dai congolesi con la lotta non è conclusa. Deve essere seguita dall’indipendenza politica, culturale ed economica. Una posizione opposta a quella del re belga Baldovino, che presenta nel suo discorso l’indipendenza del Congo come conclusione riuscita di una missione di civilizzazione. Il belga e il congolese rivendicano il diritto di interpretare la storia dei loro due paesi e sostengono tesi contrapposte.

Quel giorno Lumumba tenta di guardare al futuro. Si presenta come rappresentante di una aspirazione, molto diffusa sul continente africano dell’epoca, a costruire relazioni nuove ed ugualitarie con l’Europa. Lumumba considera la decolonizzazione come l’inizio di una svolta politica globale. La pensa come l’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, il primo presidente del Consiglio indiano Jawaharlal Nehru e il primo presidente del Ghana Kwame Nkrumah. Come loro, rifiuta il paternalismo e le mire neocoloniali degli europei. Lumumba rivendica per il suo paese un posto autonomo nel sistema internazionale e per i suoi abitanti i diritti umani fondamentali.

In questo quadro le reazioni degli avversari interni ed esterni di Lumuba non sorprendono. Il governo belga si sforza, come tutte le potenze ex coloniali, di non perdere la sua influenza e il controllo del paese malgrado la formale decolonizzazione. Le province del Katanga e del Kasai del sud, ricche di materie prime, tentano di sottrarsi all’influenza del governo centrale e dichiarano la propria indipendenza poche settimane dopo la dichiarazione di quella del Congo. Il capo di Stato maggiore dell’esercito congolese, Joseph-Désiré Mobutu, approfitta della situazione per organizzare un colpo di Stato contro il governo eletto. Il Belgio e l’amministrazione USA sostengono Mobutu e i movimenti secessionisti. In piena guerra fredda gli USA, in particolare, vogliono proteggere i loro interessi geostrategici e l’accesso ai ricchi giacimenti di uranio congolesi. Americani e belgi vedono un pericolo nella politica economica di Lumumba, che si impegna a nazionalizzare le imprese minerarie che continuano ad essere nelle mani degli europei.

Appena sette mesi dopo l’indipendenza, la situazione evolve drammaticamente a sfavore di Lumuba e del governo eletto. Il governo belga, mediante una campagna mirata, presenta Lumumba come un comunista totalitario e tenta di legittimare la sua deposizione violenta. A gennaio 1961 Lumuba viene assassinato da secessionisti katanghesi alla presenza di militari belgi. In una lettera di commiato a sua moglie egli rimprovera al governo belga di non aver mai veramente accettato l’indipendenza del Congo. La sua critica riguarda sia gli alleati dell’ex potenza coloniale che l’ONU. Critica, in generale, la visione del Congo da parte degli Stati del nord globale, che va da un paternalismo sedicente umanitario ad un’ostilità aperta, estranea ad un riconoscimento reciproco della parità. Lumumba anticipa quello che sarà recepito decenni dopo nel corso del postcolonial turn in Europa e negli USA come « nuova » consapevolezza. Anche se i teorici postcoloniali cresciuti in paesi africani e asiatici sottolineano nei loro lavori il ruolo degli intellettuali, questi ultimi vengono ignorati dagli storici.

Lumumba e i suoi contemporanei prevedono il disinteresse e l’ignoranza nei confronti dei militanti africani. Capiscono che le potenze coloniali non perseguono i loro interessi solo sul piano politico, militare e materiale, ma anche su quello dell’interpretazione del processo di decolonizzazione. Lumumba presume nella sua lettera di conmmiato che la storia della liberazione dell’Africa dal colonialismo « all’ONU, a Washington, a Parigi o a Bruxelles » non è raccontata come lotta per l’affermazione dei diritti dell’uomo e della democrazia. Questo potrà avvenire solo quando quella storia sarà scritta nei paesi che si sono definitivamente liberati del colonialismo. L’esempio di Lumumba mostra quanto la decolonizzazione sia complessa, conflittuale e lunga. E come le potenze coloniali siano impegnate a mantenere la loro influenza politica ed economica sulle « loro » ex colonie. Lo stesso Lumumba è la dimostrazione della lotta attiva degli africani contro il colonialismo e della loro aspirazione a costruire l’ordine postcoloniale.

Le conseguenze perdurano. E il periodo coloniale, come Lumumba anticipa, viene minimizzato dagli storici e nel pubblico dibattito. Fino alla sua morte, nel 1961, Frantz Fanon milita per la decolonizzazione dell’Africa. Gli storici se ne accorgono solo adesso. Eppure Fanon non è un « precursore » isolato ma parte di una vasta rete di militanti panafricani e afroasiatici che sottopongono il colonialismo ad un’analisi e una critica di fondo rendendone visibile il lato oppressivo. Anche Patrice Lumumba ne fa parte…

Giustiniano

24 maggio 2020

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