Sono ormai moltissime le grandi aziende USA che hanno rilasciato una dichiarazione relativa al movimento « Black Lives Matter » o che hanno preso parte ad azioni simboliche come il « Black Out Tuesday ». Una tendenza che dimostra il successo politico di “Black Lives Matter”, ma anche la flessibilità del moderno postcapitalismo – capace di integrare rivendicazioni più o meno critiche – per il quale il razzismo è un ostacolo, che impedisce di vendere prodotti a più gente possibile.

« Black Lives Matter » è  uno slogan e un movimento arrivato al cuore della società americana. Secondo i sondaggi, ha cambiato i suoi atteggiamenti. E’ consigliabile, tuttavia, guardare tutto questo più da vicino. La maggior parte delle dichiarazioni delle imprese americane restano vaghe. Si tratta solo di marketing per i loro prodotti. Senza conseguenze. In parte vengono da aziende che sfruttano afroamericani o, peggio, sono ipocrite.

La stessa, solenne dichiarazione della Lega calcio americana NFL, che ha licenziato quattro anni fa il terzino Colin Kaepernick per aver protestato, mettendo il ginocchio a terra mentre veniva eseguito l’inno nazionale,  contro la violenza razzista della polizia, ne è la prova. Anche se il Commissario nazionale della Lega dichiara di sostenere il movimento e rimpiange di non aver ascoltato prima i giocatori che hanno manifestato la loro opposizione al razzismo, non nomina Kaepernick, la cui carriera era ed è finita.

Non tutte le dichiarazioni delle aziende sono prive di conseguenze. La Nascar (Associazione nazionale delle corse di vetture di serie) ha vietato di esporre la bandiera della Confederazione (un simbolo sudista che rappresenta la segregazione razziale). Un’opportunità, forse, per un vero cambiamento…

Giustiniano

12 giugno 2020

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