In Etiopia, fra governo e opposizione la tensione aumenta. Il Fronte di Liberazione Popolare del Tigré (TFLP) ha organizzato mercoledi’ elezioni nella provincia, anche se il governo centrale le ha definite « illegali ». Il TFLP accusa il governo di strumentalizzare la pandemia per rimandare le elezioni politiche, che dovevano svolgersi in agosto, pur di restare al potere. Nell’Etiopia multietnica, con i suoi 110 milioni di abitanti, il Fronte rappresenta i tigrini, in tutto il 6% della popolazione etiopica, molti meno degli Oromo (34%) e degli Amhare (27%) ma determinanti nella politica del paese degli ultimi 30 anni. Alla guida della coalizione « Fronte Democratico Rivoluzionario dei Popoli Etiopici (EPRDF) che univa vari partiti regionali, il leader del TFLP Meles Zenawi ha governato l’Etiopia dal 1995 al 2012 e mantiene tuttora la sua influenza.

Dopo le proteste degli Oromo del 2018, sottorappresentati nel governo, Abiy Ahmed è stato eletto prima a capo del EPRDF e poi primo ministro. Abiy voleva trasformare l’Etiopia federale in un forte Stato centrale, in grado di limitare il potere dei governi etnici regionali. Dal EPRDF nasce il Partito della Prosperità (PP). Il TFLP si mette di traverso e rifiuta di aderire al PP, perdendo, per la prima volta in 30 anni, la sua influenza ad Addis Abeba e parte del suo potere politico ed economico. Con le elezioni di mercoledi’ il TFLP prosegue nella sua rotta di collisione con il governo centrale. Abiy minaccia tagli al bilancio regionale e un intervento militare. E aggiunge che, se il Tigré non parteciperà alle imminenti elezioni politiche, perderà la sua legittimità. Forze armate tigrine rispondono occupando le città della regione, dichiarandosi pronte a « pagare il prezzo necessario ». Resta il timore di una dichiarazione di indipendenza del Tigré.

Il governo di Addis Abeba blocca l’accesso al Tigré. Alle elezioni locali ha partecipato l’85% degli elettori. Il progetto di Abiy di riduirre le tensioni etniche segna il passo. Già in giugno gli Oromo avevano protestato dopo l’assassinio del cantante militante Hachalu Hundessa. Il primo ministro, Oromo lui stesso –  che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per la sua volontà riformatrice e per aver concluso un Trattato di pace con l’Eritrea nel 2019 – ha reagito in modo del tutto tradizionale : 200 persone sono morte e 9000 sono finite in carcere…

Giustiniano

13 settembre 2020

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