Dopo gli anni bui di « Lavoro, Patria e Famiglia” della Francia occupata dai nazisti e dei loro tristi collaboratori, guidati dal maresciallo Pétain, “eroe” di Verdun, dopo gli orrori della II Guerra mondiale, Juliette Gréco, nata nel 1927, un padre corso e commissario di polizia, rappresenta la giovane generazione, quella che vuole disobbedire. Quando, nel 1968, la generazione successiva tenta di fare la rivoluzione, lei continua la sua, cantando “Dehabillez-moi” (spogliatemi).

La sua educazione la completa nei bistrots di Saint Germain, frequentati da Jacques Prévert, Raymond Queneau, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Maurice Merleau-Ponty. E’ arrestata a 16 anni, nel 1943. Viene rilasciata, grazie alla sua giovane età, dopo tre settimane passate nella prigione di Fresnes. La madre, che milita nella Resistenza, e la sorella, sono deportate a Ravensbrück. Sopravviveranno.

Juliette è l’immagine eterna della Francia resistente e colta, il mito della libertà e della modernità, la musa dei Vian, dei Brel, dei Gainsbourg. Anche le mani contribuiscono ad interpretare le sue canzoni. Lei le chiama “traduttrici”. A 80 anni, ama ancora fare delle matinées nelle piccole sale di periferia e  aspirare voluttuosamente il giudizio di un giovane che, dopo lo spettacolo, esclama “E’ brava, la Gréco”.

“Gréco… nera e bianca, è la regina della notte. Il suo personaggio è composto con una scienza che non deve nulla al caso. Com’è bella!… E’ una statua d’avorio… perfino gli zigomi, si direbbe che li abbia modellati lei stessa. Molte cantanti sono intercambiabili. Gréco è il capolavoro unico di Gréco. Non sarà mai scambiata per un’altra e nessuna potrà mai imitarla”. Cosi’ scrive François Mauriac, inimitabile a sua volta,  nel suo “Bloc-notes”, un monumento giornalistico e letterario di 2500 pagine – ripubblicato a 50 anni dalla sua morte – che, come Juliette, non ha preso una ruga…

Giustiniano

24 settembre 2020

 

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