Ancora qualche anno fa Adam Goodes, icona del calcio australiano di origine indigena, è chiamato “nigger”, “King Kong- o “noce di cocco” sui social. Gruppi di tifosi gli urlano “torna allo zoo”. Nel 2013 Goodes, nel corso di una partita con la sua squadra, i Sydney Swans, mostra col dito una ragazzina di 13 anni che lo chiama “scimmia”. Si apre allora un dibattito sul razzismo, l’identità e le radici. Goodes dichiara che “il razzismo gli ha insegnato molto. Lo ha impregnato dei valori nei quali crede oggi.” Per molti australiani è una provocazione. Goodes viene regolarmente fischiato. Nel 2015 festeggia un goal eseguendo una danza di guerra tradizionale. Non è il primo a farlo. Nel 1993 Nicky Winmar si era tolto la maglia per mostrare la sua pelle. Nera. Un anno dopo Cathy Freeman, la stessa che accenderà il braciere alle Olimpiadi di Sydney nel 2000, dove vincerà l’oro nei 400 metri, agita la bandiera degli aborigeni.

Ma è proprio vero che il razzismo nello sport si è ridotto negli ultimi 20 anni? “Gli atleti indigeni sono rispettati finché la loro origine resta sullo sfondo” sostiene l’antropologa australiana Amanda Kearney. Molti media australiani citano delle statistiche: gli indigeni vivono meno a lungo o sono proporzionalmente più numerosi nelle prigioni. Ma Goodes ne ricorda le cause. Gli aborigeni hanno vissuto indisturbati sul continente 50.000 anni. A partire dalla fine del 18° secolo a centinaia di migliaia sono stati massacrati dai coloni inglesi. Solo nel 1967 ai sopravvissuti sono stati riconosciuti pari diritti. Ma ancora in quell’anno lo Stato toglie spesso i figli alle famiglie indigene… Solo a partire dal nuovo millennio l’accesso degli indigeni all’assistenza sanitaria, all’istruzione e al lavoro è migliorato.

Gli aborigeni australiani erano visibili solo nello sport: Eddie Gilbert (cricket), Lionel Rose (boxe) Darby McCarthy (equitazione). E’ sempre la storia della conquista del benessere grazie ai duri allenamenti e alla disciplina. Si parla molto meno di aborigeni nella politica, nell’istruzione e nell’arte. Sono i coloni britannici a introdurre nel 19° secolo il cricket, il rugby e il football. Ma gli spogliatoi sono quasi sempre preclusi agli indigeni. Eppure un gioco indigeno antichissimo, il marngrook, si ritrova in certi elementi dell’australian football! Gli indigeni hanno avuto accesso allo sport professionistico solo negli anni 90. Ma con forti limiti. Gli australiani di origine indigena sono il 2,5%. Ma, mentre nell’australian football sono il 10%, non c’è nessun allenatore aborigeno.

Mentre sono ricercati nello sport professionistico, gli indigeni sono considerati outsider in quello dilettantistico. Ci sono voluti dieci anni perché i Fitzroy Stars, un club di dilettanti di Melbourne diretto e allenato da atleti indigeni, fosse ammesso nella Lega. Ma trovare sponsor è difficile. Ed è impossibile trovarne di internazionali. 20 anni dopo la vittoria di Cathy Freeman alle Olimpiadi di Sydney, il dibattito sul razzismo continua. Ancora qualche settimana fa il calciatore indigeno Eddie Betts è stato raffigurato come una scimmia sui social. Ma sono ormai molti gli sportivi indigeni a rivendicare le loro radici. Ed è probabile che molti altri seguiranno…

Giustiniano

26 settembre 2020

 

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