In Italia, dopo il crollo del fascismo, comunisti e socialisti devono decidere come corganizzare un nuovo ordine sociale. Si tratta di una rivoluzione antifascista e antimperialista che deve eliminare le basi politiche ed economiche del fascismo. Alla testa dell’insurrezione armata del 25 aprile 1945, l’esercito partigiano e unità locali liberano, prima dell’arrivo delle truppe alleate, 200 città dell’Italia del nord, fra le quali Milano, Torino, Genova, Bologna, Padova, Venezia. Comitati di liberazione locali prendono il potere e dirigono la trasformazione democratico-antifascista. Nelle fabbriche abbandonate dai dirigenti, comunisti e socialisti costituiscono i Consigli, che riorganizzano la produzione. Nel sud i contadini occupano le terre dei latifondisti. Il PCI, al governo, legalizza la loro azione con un decreto.

Dal Piemonte al Veneto, l’esercito partigiano attacca le posizioni delle 19 divisioni tedesche rimaste. A Genova 9.000 tedeschi si arrendono. Il 27 aprile si arrende il X Corpo corazzato. Il 30 aprile unità della Brigata Garibaldi fanno prigionieri sul Monte Grappa 33.000 soldati tedeschi. Fra il 25 aprile e il 4 maggio, nel solo Veneto si arrendono ai partigiani 140.000 soldati della Wehrmacht. Milano cade il 27 aprile, cinque giorni prima dell’arrivo degli Alleati. Il CLNAI vi prende il potere, dichiara lo stato d’emergenza, insedia tribunali di guerra ed emana decreti. In un ultimatum invita tutti i fascisti italiani ad arrendersi senza condizioni. Il Comando alleato riconosce il CLNAI come organo del governo con “tutti i pieni poteri relativi”. Benito Mussolini ed altri dirigenti fascisti, che hanno rifiutato di arrendersi e scappano verso il confine svizzero protetti da un’unità SS, sono condannati a morte dal tribunale del CLNAI. Il 28 aprile, su ordine del CLN,  la sentenza viene eseguita da un commando diretto dal colonnello delle Brigate Garibaldi Walter Audisio (Valerio).

E’ una classica situazione rivoluzionaria. L’imperialismo italiano è militarmente sconfitto, le sue posizioni economiche e politiche minate. Non dispone di un governo a sostenerlo. I rappresentanti della grande borghesia nel governo unitario antifascista sono in minoranza e devono aspettare tempi migliori. Il PCI emerso dalla resistenza antifascista, con i suoi 1,5 milioni di iscritti, è la forza politica più influente. Le azioni partigiane dirette dal partito dimostrano la sua forza militare. Degli oltre 500.000 partigiani in armi, tre quarti sono comunisti o simpatizzanti. Vengono dal PCI 155.000 dei 256.000 combattenti dell’Esercito di Liberazione e i Gruppi locali di Azione Patriottica (GAP) sono prevalentemente reclutati fra i comunisti. L’85-90% delle formazioni partigiane è costituito da operai e contadini.

Nel governo unitario antifascista il PCI difende il principio secondo il quale “con la classe operaia come forza principale” deve essere infranto per sempre il “potere delle forze imperialiste responsabili della guerra e della rovina della nazione” e la democrazia da costruire “non deve consentire ancora una volta alle forze di destra di imporsi”. Anche se non si tratta di rivendicazioni socialiste e il segretario Togliatti è favorevole ad una via parlamentare, fascisti, monarchici e democristiani ed altre forze della destra borghese, sostenute dal governo militare alleato diretto dagli USA, rifiutano rivendicazioni come quelle del ministro delle Finanze comunista Mauro Scoccimarro: riforma monetaria, tassazione progressiva dei patrimoni, prelievo straordinario sui profitti di guerra delle imprese di armamenti. Per indebolire PCI e PSI, i liberali e  la DC, partito della grande borghesia, chiedono agli occupanti, già nel maggio del 1945, il disarmo della Resistenza. Fra maggio e giugno, gli USA soddisfano la richiesta con lo scioglimento delle formazioni partigiane e la rimozione dei CLN locali come organi di governo.

Nel giugno del 1945 la sinistra impone le dimissioni del liberale Bonomi e l’incarico a Ferruccio Parri, del Partito d’Azione. Gli USA reagiscono sciogliendo l’”Alto Commissariato per il perseguimento dei criminali del regime” ed con una cosiddetta amnistia per la “riconciliazione nazionale”. Le epurazioni nel servizio pubblico cessano. La maggior parte dei 20.000 –30.000 processi istruiti o conclusi viene sospesa. Oltre 11.000 sentenze vengono annullate. Viene autorizzata la fondazione del movimento neofascista  “L’uomo qualunque”. Gli USA e la reazione italiana sono preoccupati della mobilitazione della base del partito, che ha le sui roccheforti nelle fabbriche di Milano, Torino e Genova.

Negli USA si lavora già alla rimozione del primo ministro. All’inizio di novembre, davanti ai dirigenti della finanza e dell’industria a Roma, il presidente della Bank of America Amedeo Giannini esige le dimissioni di Parri, se i partner italiani vogliono ulteriori “aiuti finanziari”. Il 22 novembre i liberali e, tre giorni dopo, la DC, seguono le istruzioni di Washington. Ritirano i loro ministri provocando una crisi di governo. Parri deve dimettersi. Democristiani e liberali impongono la nomina di De Gasperi. PCI e PSI restano nel governo convinti di frenare la marcia della destra e difendere i principi della Resistenza. Ci riescono per meno di due anni…

Giustiniano

21 novembre 2020

 

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