L’attacco di mercoledi’ al Campidoglio USA segna il culmine di quattro anni di Trumpolitica : divisione, bugie, razzismo, folle urlanti dietro un re matto. Deputati visibilmente spaventati dichiarano che la situazione dimostra che gli USA sono una repubblica delle banane. In realtà, l’attacco al Campidoglio è altrettanto americano quanto la torta di mele, come il sistema elettorale per il quale, un tempo, ogni  afroamericano contava un terzo di persona, come i 74 milioni che hanno votato per un presidente che consiglia un’iniezione di candeggina contro un virus che, quello stesso mercoledi’, uccide quasi 4000 americani.

Dopo l’attacco molti si chiedono se si è trattato di un colpo di Stato. Domanda inutile. Trump ha mobilitato migliaia di sostenitori per protestare contro la certificazione della vittoria di Biden e li ha aizzati con un discorso infiammato. Alla fine del comizio li ha invitati a marciare sulla Pennsylvania Avenue  per « infondere l’orgoglio e l’audacia di cui hanno bisogno per salvare il nostro paese » ai deputati repubblicani in Campidoglio. E questo è un fatto. Il presidente guida milizie coltivate e coccolate per anni all’assalto del Campidoglio, cuore della democrazia americana. Là la fanteria trumpista travolge le forze di sicurezza, occupa gli uffici del Senato e, brevemente, anche l’aula. E anche questo è un fatto.

Per un colpo di Stato basta l’incitamento all’odio, un comportamento sedizioso o una sommossa in un luogo particolarmente importante ? Lasciamo lorsignori sdottorare in proposito. Comunque lo si chiami, quello che è successo mercoledi’ rappresenta una minaccia diretta alla democrazia negli USA, anche se la truppa di buffoni variopinti penetrata nel Campidoglio non avrebbe mai potuto annullare il risultato elettorale, almeno non adesso e nel futuro immediato. Quando Trump ha richiamato i suoi tirapiedi in un videomessaggio, non ha trascurato di lodarli, sottolineando la legittimità delle loro « paure » e la « ripugnanza » dei comuni « nemici », e ha concluso con una minaccia: la ritirata è solo temporanea, torneranno e il suo movimento non riconoscerà « mai » la sconfitta elettorale.

Nel 2020 Trump ha avuto 12 milioni di voti in più rispetto al 2016. Più di qualunque altro personaggio politico nella storia moderna del paese, ha fatto di tutto per indebolire una democrazia che, già dalla fondazione della repubblica, barcollava sotto il peso delle sue contraddizioni. Continua ad essere alla testa di un forte gruppo di deputati al Congresso, pronti a partecipare a un colpo di Stato legislativo o giuridico se se ne presenta l’occasione. L’agitazione di queste truppe d’assalto in suo favore continuerà dentro e fuori il parlamento. Lo stesso esercito di buffoni fascisti potrebbe ritirarsi prima o dopo l’insediamento di Biden il 20 gennaio.

Le istituzioni politiche degli USA sono evidentemente abbastanza forti per resistere a questo  attacco finché Joe Biden assumerà le sue funzioni. Ma dal giorno dopo comincerà la vera lotta con il movimento trumpista. Un movimento revanscista ferito è ancora più pericoloso. Qual’è il giusto equilibrio fra punizione e conciliazione con questo esercito vinto ma grande ? Quali sono gli insegnamenti per i politici e i loro « esperti » ? Quanto hanno contribuito il partito democratico e il resto dell’establishment a radicare cosi’ profondamente il nihilismo del trumpismo nella cultura politica degli USA ? E, infine, quale programma politico positivo potrebbe affrontare la legittima rabbia di una classe operaa che si sente abbandonata e tradita da democratici e repuibblicani senza rafforzare gli oscuri fantasmi reazionari risvegliati da Trump ?

Negli USA e altrove, dove risuonano le trombe del trumpismo, ognuno dovrebbe porsi queste domande…

Giustiniano

9 gennaio 2021

 

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