Oggi il governo Draghi avrà la fiducia grazie alla « flessibilità » del M5S (solo il 60% degli iscritti si dichiara favorevole), del Partito democratico, di Leu (non tutti) e della Lega. Basta un’occhiata ai 23 ministri designati per capire che l’ex presidente della BCE ha riunito intorno a sé una maggioranza di fidati rappresentanti degli interessi del capitale.

Vittorio Colao – per dieci anni (fino al 2018) amministratore delegato del gogante delle telecomunicazioni britannico Vodafone, dal 2019 nel CdA del gruppo  delle telecomunicazioni Verizon, membro del CdA di Unilever – è ministro dell’Innovazione. Conte lo aveva messo a capo di una « taskforce » incaricata di far ripartire il paese dopo la pandemia. Al suo ministero spetta una congrua porzione del Recovery Fund dell’UE. La trasformazione digitale è il cuore del progetto di Bruxelles.

A Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia dal 2020, va il ministero delle Finanze. Il ministro attuale, Roberto Gualtieri (PD), non fa più parte del governo. Franco è considerato un esperto della spesa pubblica. Il compito che gli ha assegnato Bruxelles è l’abbattimento del debito pubblico, che ha raggiunto il 159% del PIL. Roberto Cingolani, al quale va il nuovo ministero della Traformazione ecologica, è un fisico, già ricercatore al Max- Planck-Institut di Stoccarda, ex dirigente di « Leonardo », il più grande esportatore italiano di armamenti. Disporrà di 70 dei 209 miliardi di euro del Recovery Fund UE destinati ad uno sviluppo dell’Italia sostenuto da energie rinnovabili.

Giancarlo Giorgetti, un intimo di Salvini, filoatlantico, europeista e ultraliberale della Lega, il partito neofascista che che rappresenta notoriamente il grande capitale dell’Italia del nord, diventa ministro dell’Economia. Prende il posto di Stefano Patuanelli (M5S) che passa all’Agricoltura. Marta Cartabia, una delle 8 donne del Consiglio, giurista senza partito, membro della Corte costituzionale dal 2011, europea convinta, cattolica conservatrice contraria alle unioni omosessuali, deve promuovere la riforma della giustizia, finora fallita, per evitare che i processi dei VIP, lunghissimi, finiscano regolarmente con la prescrizione.

Luigi di Majo (M5S) resta ministro degli Esteri, incarico che ha ricoperto sia con la Lega che con Conte. Ha rappresentato e coperto la politica razzista dell’ex ministro dell’Interno, Salvini. Sostenuto da Grillo, è stato a capo del movimento finché, nel 2019, la base ne ha imposto le dimmissioni. Draghi conta su Di Majo perché tenga a freno la resistenza dei grillini contro il ritorno al governo del movimento con i fascisti della Lega e i berluscones di Forza Italia, che conquistano tre ministeri. Il PD ottiene tre ministri, uno per ciascuna corrente.

Sono questi gli « esperti » che elaboreranno il progetto con il quale l’Italia chiederà i 200 miliardi dell’UE ottenuti da Conte.  Niente di strano se Moody’s loda il governo Draghi. La seconda agenzia di rating mondiale dichiara che le prospettive dell’Italia di « impiegare efficacemente gli strumenti (finanziari) europei » sono nettamente migliorate.

Giustiniano

17 febbraio 2021

 

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