Nessuno sa come e quando saranno smaltite le scorie radioattive delle centrali nucleari, che minacciano di provocare, da un momento all’altro, una catastrofe internazionale. Il presidente francese Macron, lui,  non se ne preoccupa. Sei nuovi reattori EPR sono in progetto per i prossimi anni. E, giovedi’, la « Autorité de Sûreté Nucléaire » (ASN) ha autorizzato il prolungamento dell’esercizio delle centrali più vecchie del paese, obbedendo alle esigenze del governo e di EDF, che gestisce gli impianti. I reattori in questione fanno parte della serie 900-MW, in servizio in centrali atomiche francesi dagli anni 80. La maggior parte alimenta la rete elettrica da 40 anni. La loro durata viene portata a 50 anni. I militanti di « Sortir du nucléaire », una rete che si batte per l’uscita dal nucleare alla quale aderiscono oltre 900 associazioni, temono che la vita delle centrali sarà prolungata fino a 60 anni, dai 40 iniziali.

Ma la Francia è un paese nucleare che vuole restare tale. Le sue centrali atomiche producono il 70% dell’energia elettrica. E, anche se annuncia che questa percentuale sarà ridotta al 50% entro il 2035 per far posto alle energie rinnovabili, nell’UE Macron è un paladino delle centrali nucleari. Il presidente francese ha dichiarato, a dicembre, : « il nostro avvenire ecologico ed energetico dipende anche dall’energia nucleare », che sarebbe una componente irrinunciabile per conseguire gli obiettivi climatici del Trattato di Parigi. I paesi dell’Europa orientale lo sostengono. Nei prossimi 20 anni la Polonia intende costruire 6 centrali atomiche e anche Repubblica cèca, Romania e Ungheria puntano sul nucleare per migliorare il loro bilancio CO2.

Naturalmente per Macron non si tratta solo di obiettivi climatici. Se l’energia nucleare diventasse una parte importante della strategia climatica dell’UE, le sue casse potrebbero alimentare le industrie del settore. E per l’azienda elettrica statale EDF, carica di debiti, sarebbe la salvezza. Secondo la rivista Transition Energies del 20 gennaio, il gigante dell’energia ha accumulato oltre 42 miliardi di euro di debiti. Un rischio concreto, per « Sortir du nucléaire ». Infatti EDF non ha i mezzi finanziari per costruire nuovi impianti né per gestire in sicurezza quelli esistenti. Nelle centrali nucleari francesi i fattori sono molteplici : alcune sono vetuste, in alcuni impianti i serbatoi dei reattori presentano delle crepe, in certe località esiste un forte rischio sismico e, infine, sussistono problemi organizzativi nell’andamento dei lavori dovuti alle lacune scientifiche del personale, rinnovato senza accertarsi della sua formazione.

In Francia, non sono solo i partiti di destra e l’attuale governo a difendere il nucleare. Anche una parte della sinistra politica rifiuta di uscirne. Il partito comunista, ad esempio, milita per la « messa in sicurezza e il rinnovamento » degli impianti energetici nucleari. Il sindacato CGT vede le cose in modo analogo : « le centrali nucleari sono importanti per garantire, entro il 2050, un efficiente mix energetico » è scritto nell’ultima presa di posizione, che risale a dicembre. Qualche settimana fa, il governo francese ha annunciato di voler « parzialmente » privatizzare EDF. In parole povere, di voler aprire ad investitori privati la parte dell’azienda che produce profitti. La CGT teme la perdita di posti di lavoro e l’aumento delle bollette. Per « Sortir du nucléaire » non c’è da stupirsi : « Ufficialmente, la politica energetica compete allo Stato, ma in pratica è EDF a decidere in che direzione andare . »

Un’uscita dal nucleare, evidentemente,  non è all’ordine del giorno…

Giustiniano

1° marzo 2021

 

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