La catastrofe nucleare di Daiichi, nel dipartimento di Fukushima (Giappone), attira l’attenzione dei media di tutto il mondo perché mette in evidenza la cecità degli Stati riguardo ai rischi del nucleare civile. In Giappone, la tripla catastrofe (terremoto, tsunami e incidente nucleare) è battezzata « il grande disastro del Giappone dell’est ». Altri effetti, ricchi di insegnamenti sul peso del settore delle costruzioni nelle scelte politiche del governo giapponese e sul modo di prevenire i rischi di allagamento dovuti al cambiamento del clima, restano in ombra.

La cementificazione dei litorali, che sfigura le coste del nord-est, modifica il rapporto degli abitanti con il mare e sovverte gli equilibri ambientali senza garantire pienamente la protezione delle zone costiere. Alla perdita dei loro cari (18.500 morti), ai ricordi per i sopravvissuti di quei giorni, in cui i nomi dei loro villaggi sono entrati improvvisamente nella storia, si aggiunge, dieci anni dopo, la distruzione di quel che restava della loro vita : un ambiente familiare. Dopo lo tsunami è arrivata una colata di cemento.

Una muraglia che puo’ raggiungere i 14 metri, in 620 località, si estende ormai su quasi 400 km, ostruendo baie e insenature in tre dipartimenti : Fukushima (68 km di dighe), Miyaqgi (239 km) e Iwate (85 km). Montagne sono livellate per creare zone residenziali e industriali su un litorale cementificato su dozzine di km. Le dighe sono più alte, lunghe e massicce delle precedenti, ignorando le iniziative dei pescatori per ricreare un legame fra il mare e le colline boscose per favorire l’immissione in mare dei ricchi nutrimenti che ne provengono.

Oggi quasi la metà delle coste giapponesi sono state sfigurate. Piuttosto che a bisogni reali, questa frenesia costruttiva risponde agli interessi del pletorico settore delle costruzioni e dei partiti politici di governo che finanzia. A metà degli anni 90, i piani di rilancio mediante i lavori pubblici non funzionano più. Il peso del debito è enorme e l’opinione pubblica più reticente al saccheggio dell’ambiente. Ma dieci anni fa il governo di Shinzo Abe riapre il rubinetto dei finanziamenti pubblici, sprecando l’occasione di ripensare scelte di crescita economica suicide.

La colata di cemento ha raggiunto Hamamatsu, nel dipartimento di Shizuoka, a un centinaio di km a sud-est di Tokyo, dove è stata eretta una diga a zigzag alta 15 metri e lunga 17,5 km in previsione del grande sisma atteso nella regione di Nankai. Nel nord-est i grandi gruppi delle costruzioni sono intervenuti nella realizzazione delle dighe ma anche nell’elaborazione dei piani regolatori. E le comunità, consenzienti o rassegnate, hanno perduto ulteriormente la loro autonomia.

Il sistema di riduzione dei disastri che, secondo i giapponesi, è il più avanzato del mondo, è basato su tecnologie non infallibili, come ha dimostrato la catastrofe dell’11 marzo 2011. Gli ordini di evacuazione sono stati tardivi e confusi. Un approccio ibrido, che combini vegetazione e dighe, è meno nocivo per l’ambiente di gigantesche muraglie, i più sinistri monumenti « commemorativi » dello tsunami di dieci anni fa…

Giustiniano

6 aprile 2021

 

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