Invitava amici e nemici a restare umani, Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani dell’International Solidarity Movement presente a Gaza già prima dell’attacco israeliano di Piombo Fuso, i suoi rapitori salafiti non lo sono stati con lui e l’hanno ucciso. Impiccandolo, ben prima delle trenta ore di ultimatum che avevano lanciato ieri dopo il sequestro col quale chiedevano in cambio al governo di Hamas la liberazione di propri militanti incarcerati. Il corpo senza vita del pacifista pro palestinese è stato trovato in un’abitazione di una zona di Gaza City, Qarame, dopo che da stanotte le forze di sicurezza della Striscia avevano avviato una vasta battuta di perquisizioni alla sua ricerca. Tre persone sono state fermate dalla polizia di Hamas che indaga sull’accaduto. L’amore di Arrigoni per pescatori e contadini gazaui, che lo portavano a spingere al limite la solidarietà con azioni di disobbedienza alla repressione armata dell’esercito di Tel Aviv, non gli ha salvato la vita di fronte a chi, come il gruppo Jund Ansar Allah suo probabile assassino, lo bollava quale “corruttore occidentale” e rappresentante di un “Paese che fa la guerra all’Islam”. La guerra era il pensiero più lontano dai sentimenti di quest’uomo che dalla nativa Brianza aveva scelto di abbracciare sino in fondo la causa palestinese andando a vivere a Gaza, condividendo segregazione e difficoltà estreme di quella popolazione col corpo oltre che col cuore. Nel 2008, nelle settimane successive al suo arrivo, era stato ferito mentre aiutava alcuni pescatori a mettere in mare le barche in una zona vietata. Nel novembre dello stesso anno fu arrestato dall’Idf insieme a due sostenitori del Movimento di solidarietà.Arrigoni svolgeva tramite un proprio blog – Guerrilla Radio – e la diffusione su altri siti web un dettagliato resoconto della quotidianità nella Striscia di Gaza, era anche ospite sulle pagine del quotidiano “Il Manifesto” e aveva raccolto pensieri e scorci di realtà nel libro “Gaza, restiamo umani”, titolo diventato il refrain dei suoi resoconti. Con collegamenti su Radio Capital aveva narrato intensi momenti della missione “Free Gaza”. Una fine tanto tragica è frutto della notorietà e dell’esposizione di Arrigoni, che non adottava alcuna misura di sicurezza, e può rispondere a due intenti da parte della componente più estrema della militanza salafita che dai mesi successivi alle stragi di Piombo Fuso ha allargato il seguito nella deteriorata situazione di Gaza che Israele e la Comunità internazionale mantengono in una ghettizzazione estrema. Rappresenta un attacco all’autorità del governo Haniyeh e alla sua capacità di controllo del martoriato territorio, contro cui i gruppi salafiti e jihadisti lì presenti avevano già lanciato due anni or sono la propria contestazione armata, accusando Hamas di moderazione e contrarietà alle soluzioni politiche come quella dei Califfati, cavallo di battaglia della linea qaedista. L’assassinio del pacifista italiano può avere anche l’intento di terrorizzare la crescente presenza solidale alla causa palestinese in Medio Oriente, dalla West Bank alla Striscia, che i fautori del conflitto a ogni costo vogliono ostacolare. Sia i governanti di Tel Aviv, che sono già all’opera per impedire l’iniziativa della ‘Freedom Flottilla 2’, sia i combattenti jihadisti fautori di uno scontro ben oltre la prassi resistenziale praticata da Hamas e dalla galassia palestinese armata.Enrico Campofreda, 15 aprile 2011

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