In tempi come quelli che viviamo, in cui i discendenti dei nazifascisti tentano di “rivedere” la storia per nascondere e falsificare il ruolo della Destra e quello dei partigiani che quella Destra hanno combattuto, in Francia come in Italia ed altrove, è importante coltivare la memoria

 

Nel cimitero di Ivry sur Seine (Val de Marne, banlieue di Parigi), una stele ricorda il gruppo Manouchian, di cui facevano parte 23 partigiani comunisti, 20 dei quali stranieri – 8 polacchi, 5 italiani, 3 ungheresi, 1 spagnolo, una rumena ed un armeno – condannati a morte e fucilati (tutti tranne una, la rumena Olga Bancic, decapitata il 10 maggio 1944 a Stoccarda) il 21 febbraio 1944 al forte del Mont Valérien (Parigi), nel luogo dove sorge, dal 20 settembre 2003, un monumento alla memoria di tutti i resistenti ed ostaggi che vi furono uccisi.

Il gruppo era diretto da un armeno, Missak Manouchian, nato nel 1906 ed arrivato in Francia a 20 anni: fra il 1915 ed il 1918 il governo turco aveva sterminato 2 milioni di armeni, fra i quali suo padre (sua madre era morta subito dopo, di malattia e di fame) e quel genocidio era restato scolpito nella sua memoria, avvicinandolo più tardi ai suoi compagni partigiani ebrei, sfuggiti prima ai pogrom e dopo al rastrellamento del Vel’ d’Hiv’, a Parigi, del luglio 1942.

Manouchian, poeta fin da ragazzo, apprenderà in Francia il mestiere di falegname e troverà il tempo di studiare frequentando le “università operaie” create dalla Confédération Générale du Travail CGT, fonderà due riviste letterarie, diventerà redattore del giornale del Comitato di soccorso all’Armenia, ed aderirà al Partito Comunista Francese che gli affiderà nel 1943 la direzione di un gruppo di 23 Franchi Tiratori Partigiani – Mano d’Opera Immigrata (FTP-MOI), costituito da tre francesi e da immigrati ebrei rumeni, polacchi ed ungheresi, oltre che da antifascisti italiani e spagnoli.Gli occupanti nazisti ed i loro alleati del regime di Vichy organizzarono dopo l’arresto del gruppo una macabra campagna “pubblicitaria” stampando e facendo affiggere 15 000 manifesti di colore rosso (l’Affiche Rouge) sui quali, sotto lo slogan “DEI LIBERATORI? LA LIBERAZIONE ! AD OPERA DELL’ESERCITO DEL CRIMINE” figuravano le foto, i nomi e le azioni di 10 partigiani del gruppo, accuratamente scelti (5 ebrei polacchi, 2 ebrei ungheresi, 1 comunista italiano, 1 “rosso” spagnolo, 1 “capo-banda” armeno).

Nel manifesto figuravano inoltre 6 foto di attentati o distruzioni che rappresentavano le azioni di cui i partigiani erano accusati: la sua concezione complessiva mirava a presentare questi resistenti che, pur non avendo la cittadinanza francese, si battevano per il paese che li aveva accolti, come dei criminali, terroristi assetati di sangue (la propaganda nazista insisteva sul fatto che quasi tutti i membri del gruppo erano stranieri, in maggioranza ebrei).

Il risultato fu l’opposto di quello sperato: il popolo francese non si lasciò ingannare dalla propaganda nazifascista, si strinse con rinnovato coraggio intorno alla Resistenza e 500 000 partigiani finirono per riscattare quanti avevano collaborato con l’occupante nel quadro del regime di Vichy diretto dal maresciallo Pétain (il gruppo Manouchian fu arrestato dalla polizia francese) o erano restati a guardare in attesa di tempi migliori.

Traendo ispirazione dalla lettera che Missak Manouchian inviò alla moglie prima dell’esecuzione, il grande poeta Louis Aragon scrisse nel 1955, in occasione dell’inaugurazione della rue (via) “du Groupe Manouchian” nel 20° arrondissement di Parigi, un’indimenticabile poesia, cantata nel 1959 da Léo Ferré, che ne aveva composto la musica.

In tempi come quelli che viviamo, in cui i discendenti dei nazifascisti tentano di “rivedere” la storia per nascondere e falsificare il ruolo della Destra, protagonista e/o complice dei saccheggiatori, dei torturatori e dei massacratori prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, e quello dei partigiani – in maggioranza comunisti, ma anche socialisti, cattolici, azionisti e senza partito – che quella Destra hanno combattuto, le armi in pugno, in Francia come in Italia ed altrove, è importante coltivare la memoria del gruppo Manouchian e dell’Affiche Rouge.In molte parti del mondo, ancora oggi, il colonialismo vecchio e nuovo, con il suo corollario di morte e distruzione, viene “giustificato” dalla lotta al terrorismo, la salvaguardia degli interessi geostrategici delle grandi potenze viene presentata come l’esportazione della democrazia, i detentori degli armamenti più micidiali e sofisticati accusano di terrorismo le loro vittime, che tentano di difendersi con le armi della disperazione, molto spesso, nell’Occidente opulento, gli stranieri, i migranti, vengono trattati come bestie, senza altro diritto se non quello di essere sfruttati come moderni schiavi.

Il più giovane partigiano del gruppo Manouchian, Rino Della Negra, operaio e calciatore dilettante nel “Red Star” di Argenteuil (Val d’Oise, banlieue di Parigi) era italiano ed aveva 19 anni, il più vecchio era un operaio metalmeccanico ungherese, Emeric Glasz ed aveva 42 anni: entrambi sono morti perchè coscienti che la battaglia contro il nazifascismo, il razzismo e la xenofobia non ha confini.

A febbraio di quest’anno ricordavamo l’anniversario dell’ “Affiche Rouge”: il film del regista marsigliese di origine armena Robert Guédiguian  “L’armée du crime”, nelle sale francesi dal 16 settembre, ci propone una lettura degli avvenimenti più attenta a ricavarne elementi che ridiano speranza e vigore alle lotte di oggi che a ricostruirne i  particolari  storici.

 

La sua non era una scommessa facile da vincere : girare un film su uno degli episodi-chiave della Resistenza francese 65 anni dopo i fatti non solo per ricordarli ma per mostrare come la lotta di quel pugno di operai immigrati da ogni angolo d’Europa che morirono per il paese che li aveva accolti non sia confinata in un libro di storia ma continui in Francia ed altrove in Europa e nel mondo contro le menzogne sui migranti e contro la loro demonizzazione, ieri sull’Affiche rouge, oggi sulle pagine dei giornali, alla radio, alla tv e nei discorsi di tanti sedicenti patrioti, non escluse le più alte cariche degli stati e dei governi dei paesi occidentali.

 

Guédiguian ci chiama alla resistenza, alla lotta per i nostri diritti e per quelli di tutti gli altri, ci incoraggia a vivere in questo mondo dove la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità sono troppo spesso confinate sulle lapidi e sulle bandiere, dove le religioni, le sette, i dogmi rialzano la testa, per cambiarlo con la lotta, senza rinunciare alle nostre famiglie, ai nostri sentimenti, senza evitare di vivere le nostre contraddizioni e le nostre personali debolezze ma tentando di superarle in nome di un ideale collettivo: per aiutarci il regista costruisce una leggenda – pur senza allontanarsi troppo dalla storia – che sostenga i nostri sforzi come le favole ci hanno aiutato a crescere da bambini in un mondo di grandi.

 

Parigi, 29 settembre 2009

Giustiniano Rossi

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