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Ventotto anni di Farah, Selay Ghaffar è la presidente dell’organismo non governativo Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan che da dodici anni opera in molte delle province del Paese. Il progetto più recente dell’ong è stato l’apertura a Herat, Kabul e Jalalabat di centri per le donne vittime di violenze che ricevono assistenza medica, legale, psicologica da parte di professioniste afghane.

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Selay Ghaffar, lei è impegnata a Kabul con l’ong Hawca, cosa pensa della cooperazione internazionale che lavora in Afghanistan?

Ci sono luci e ombre. Quando la cooperazione si rapporta alla mafia fa un gran danno. Nel nostro Paese la mafia è ovunque: s’occupa di economia gestendo il narcotraffico, è fra i Signori della Guerra, nell’Esecutivo di Karzai, si trova fra le varie etnie che determinano la vita della propria gente. Anche l’attività delle ong risente della presenza di scelte e comportamenti dettati dal sistema mafioso. Negli ultimi anni le organizzazioni della cooperazione sono aumentate (più di 40 nazioni coinvolte, ndr) e con esse sono aumentati i finanziamenti che giungono dall’estero. Ma i risultati  peggiorano di anno in anno. I programmi seguono logiche autoreferenziali che non tengono conto delle reali esigenze della popolazione. Nel parlare di donne la situazione è catastrofica: l’istruzione, la formazione, l’inserimento lavorativo vengono ignorati. Altro problema è la mancata sintonia fra le organizzazioni straniere e le ong locali come quella che rappresento. Chi invia i fondi segue logiche politiche spesso in discordanza con le esigenze delle persone; accade anche per il lassismo delle istituzioni che si rapportano a chi realizza i progetti in maniera ambigua e corrotta. Alzando la voce noi siamo riusciti a tamponare una situazione tutt’altro che buona.

 

C’è differenza fra le ong delle varie nazioni?

Le organizzazioni non governative straniere, appartengano o meno alle Nazioni Unite, sviluppano progetti specifici. Quelle locali hanno radici nel Paese ma sono prive di denaro. Quando questo arriva finisce nelle mani del governo dove siedono guerrafondai e criminali. Ciò genera contrasti perché consentire a simili personaggi la gestione di aiuti umanitari, che spesso vengono destinati ad altri scopi, è un insulto alla popolazione. Non affermo che tutte le ong sono truffaldine, ma l’esperienza fa dire all’Hawca che purtroppo la corruzione esiste anche in questo settore.

 

Alcune sono state al centro di scandali per la sparizione di fondi destinati a ospedali. Sono stati presi provvedimenti in merito?

Per accusare un’ong di frode c’è bisogno di prove senza le quali la denuncia diventa un boomerang e magari favorisce ritorsioni. Certo l’Afghanistan è la seconda nazione più corrotta al mondo e non possiamo pensare che i vertici del potere siano esenti dal vizio, anzi. I nostri dubbi provengono da situazioni che mostrano come l’80% dei finanziamenti, e anche più, è utilizzato per sostenere la stessa ong. Viaggi, alloggi, auto di servizio, vigilanza, una marea di denaro viene usata per questo. La corruzione e gli sprechi spesso sono di casa negli organismi internazionali.

 

Appurato che la cooperazione non può garantire un’equa attività sociale e in assenza di una struttura statale quali vie si possono percorrere?

Molti non sanno che negli ultimi tempi per le continue azioni di guerra la cooperazione internazionale non sta operando affatto. I progetti restano sulla carta. La popolazione non ha più fiducia di soggetti che non conoscono o non tengono conto dei suoi bisogni. Le poche ong accettate sono quelle locali com’è accaduto in Nuristan, una delle zone più pericolose dove nessuno può accedere neppure con le truppe corazzate. Quegli abitanti si sono sentiti rassicurati dal rispetto dei costumi del luogo. Purtroppo alle ong afghane vengono concessi piccoli finanziamenti per brevi periodi e la pianificazione resta incompleta. Come Hawca poniamo una questione di rappresentatività del governo del Paese, alcuni ministri che hanno in sospeso conti con la giustizia o annoverano un passato criminale non possono ricoprire incarichi istituzionali. La Comunità Internazionale ha il dovere di non sostenerli.

 

Lei ha affermato: “la società civile comincia nella casa di ciascuno di noi”. Cosa può fare un popolo in molte circostanze privo anche del tetto?

Per costruirsi un tetto servono i mezzi, ma ancor più necessaria è la volontà. Con quella frase sottolineavo come ogni abitante e soprattutto ogni donna dell’Afghanistan devono conquistarsi i loro diritti, nessuno glieli regalerà. Io in famiglia ho mosso le acque, se non avessi lottato in prima persona mio fratello non l’avrebbe fatto al mio posto. Ora anche le zie fanno studiare i figli. Una conferma viene da questa vicenda che mi piace ricordare. Una scuola aperta dall’Hawca nella provincia di Parwan era diventata anche centro d’incontro di analfabeti che per la prima volta prendevano coscienza dei propri diritti. Un giorno si presentò un gruppo armato con una lettera firmata nientemeno che da Hekmatyari che ne imponeva la chiusura. Non sapevamo se la lettera fosse originale o no però parlammo con tutti gli abitanti invitandoli a confrontarsi sulla difesa di quella scuola. Gli ripetevamo ciò che già si era radicato nelle loro teste: la struttura era un servizio per la comunità, era sciocco perderla. La gente non s’è fatta intimorire, riunita in moschea coi vecchi e i mullah ha difeso il progetto. Nulla hanno potuto le armi e la lettera di Hekmatyari, i rapporti di forza si erano totalmente rovesciati.

 

La politica mondiale talvolta congela le contraddizioni e le rende croniche. L’Afghanistan corre questo rischio?

La popolazione è convinta che i Paesi presenti in Afghanistan, in guerra e nella cooperazione, perseguono personali interessi economici e strategici. Un esempio è il narcotraffico cresciuto nei trent’anni di conflitti e durante l’Enduring Freedom. Prima delle varie invasioni non avevamo quei debiti che continuiamo ad accumulare proprio perché viene mantenuta una situazione di emergenza fuori da qualsiasi regola e normalità di vita. Potremmo gestire diversamente il territorio, sfruttando le risorse del sottosuolo e stabilendo un rapporto paritario con chi può fornirci la tecnologia necessaria senza cadere in una condizione subalterna o essere oggetto di rapina. Sarebbe bello utilizzare anche talune professionalità che i nostri giovani hanno conseguito laureandosi. Ma l’Occidente non dovrebbe interessarsi ossessivamente solo delle sue basi militari e della cooperazione di tipo affaristico. Servirebbe un’altra classe dirigente che facesse piazza pulita di Karzai e compari. Il vero aiuto alla democrazia passa per elezioni davvero libere alle quali possano partecipare le formazioni democratiche tuttora tenute ai margini.

Enrico Campofreda

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