Come e più delle famigerate Gbu-24 dei Tornado le bombe mediatiche sono state l’arma più potente dei sei mesi della “rivoluzione” libica lanciata contro Gheddafi. Quella che molte emittenti, Al Jazeera e Al Arabya in testa, hanno definito la battaglia finale di Tripoli (per ora il raìs li ha beffati ed è svicolato dal bunker) ha visto risvolti che poco hanno a che fare con l’informazione. Il desiderio di ciò che si vorrebbe accadesse prevale su quanto effettivamente sta accadendo. O peggio. Non si tratta neppure di partigianeria ma di uso subdolo della notizia per “orientare” eventi e preparare terreni futuri. Un viziaccio antico, apparso però nel caso libico come un copione ben più pesante delle armi fornite ai ribelli. Il racconto dell’arresto e della liberazione di Mohammed e Saif Gheddafi superano in goffagine il possibile errore informativo dovuto alla concitazione del momento. Le news sugli insorti che avanzano su Tripoli (e loro avanzano effettivamente sino a occupare Bab al Aziziya) paiono uno spot di sostegno all’azione. Nulla si mostra degli aerei Nato che bombardano e dei civili che crepano, si omette di ricordare come l’assedio alla capitale può avvenire solo grazie a operazioni militari straniere che non hanno avuto nessun mandato dalle Nazioni Unite e ripetutamente hanno violato la risoluzione 1973 con l’uso dei contractors. Nella propaganda mascherata da informazione la rivolta di Libia – diventata guerra per volontà di Francia, Inghilterra e un’Italia servile – ha rappresentato la soluzione forte e sanguinosa, al problema di disfarsi del Colonnello prima nemico poi alleato, ma sempre ingombrante. Nella geopolitica mediterranea di questi mesi l’altra soluzione è stata quella morbida delle cosiddette ‘primavere arabe’ di Tunisia ed Egitto che hanno visto la dipartita di altri dittatori grandi amici dell’Occidente.

Queste ribellioni hanno avuto un’effettiva voglia di cambiamento partita dal basso e un’altrettanto ampia partecipazione di popolo, ma ancora una volta c’è voluto WikiLeaks per farci discorrere su alcuni scenari. Uno dei canovacci lì sperimentati è quello tessuto dal gruppo egiziano ‘6 aprile’ i cui animatori s’erano rapportati al gruppo Otpor (il movimento serbo che nell’opporsi a Milosevic fu aiutato e finanziato dalla Cia). Non si vuole per forza pescare nel torbido né negare la spontaneità di tanti giovani di piazza Tahrir, ma una lettura un po’ fra le righe dei vari attori che in Medio Oriente e nel Maghreb giocano la propria partita sarebbe auspicabile anche fra gli operatori dell’informazione. Il problema non è gareggiare per una sorta di Guinness dello scoop, come la britannica Crawford che batte sul tempo la collega Khoder precedendola con telecamera ed elmetto dentro Bab al Aziziya, ma della sostanza di quel che si racconta. Se essa diventa l’ennesima velina dello Stato Maggiore Nato si poteva comodamente restare nei sotterranei dell’hotel tripolino che ospita la stampa. Nel corso del conflitto importanti media hanno diffuso falsità e praticato omissioni. La regìa non è neanche tanto occulta perché seguiva la linea dei governi che controllano reti televisive, un esempio è la Rai. Le nostre reti, nonostante la buona volontà di qualche cronista, si sono particolarmente distinte in questo scippo della realtà. Anche loro a febbraio divulgavano acriticamente i filmati-bufala delle fosse comuni e parlavano di diecimila trucidati dagli uomini del regime. Balle. Responsabile primo il giornale britannico Telegraph ma il richiamo dei media è stato generalizzato e da lì s’è compreso che uso si voleva dare alle notizie. Solo sul web avrete potuto leggere di torture e squartamenti compiuti dai guerriglieri del CNT nei confronti dei mercenari centrafricani che combattevano coi lealisti, gran parte dei media non ne ha discusso. E mentre ci s’interroga su dove sia Muammar, qualcuno lo dà per morto con tanto d’immagine taroccata. Proprio come a maggio lo si dava già per fuggiasco.

Enrico Campofreda, 24 agosto 2011

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