Lunedi’ 18 ottobre si svolgeranno in tutta la Francia manifestazioni per ottenere verità e giustizia per quanto accadde 50 anni fa, il 17 ottobre 1961, quando la polizia massacro’ nelle strade di Parigi centinaia di algerini/e che manifestavano malgrado il coprifuoco. La maggior parte dei giornali riprese, l’indomani, la versione ufficiale (scambi di tiri fra i poliziotti e gli assassini dell’FLN) e solo l’Humanité, Libération, France Observateur, Le Monde, Témoignage chrétien, l’Express avanzarono riserve, mentre Esprit e Temps modernes, più virulenti, furono censurati. Reagirono il sindacato CFTC-polizia, il Fronte universitario antifascista e il Comitato anticolonialista, ma non le principali organizzazioni operaie. Quattro mesi dopo, l’8 febbraio 1962, la repressione di una manifestazione organizzata dalla CGT, PCF, CFTC, Unef ed altri al métro Charonne costo’ la vita a nove persone. La reazione politica fu immediata, centinaia di migliaia parteciparono ai funerali delle vittime, ma solo il rappresentante della CFTC parlo’ degli algerini uccisi quattro mesi prima. Il PCF celebrerà ogni anno i morti del métro Charonne, ma dimenticherà il 17 ottobre, a differenza dell’Algeria, che dal 1968 fa del 17 ottobre una « giornata nazionale dell’emigrazione ».

In Francia, bisogna aspettare gli anni 80 perché si cominci a parlarne e l’evento riappare nella memoria collettiva solo con i processi che alla fine degli anni 90 vengono intentati a Maurice Papon, prefetto di Parigi nel 1961, che ne perderà uno contro lo storico Jean-Luc Einaudi, al quale rimproverava di aver definito massacro gli « avvenimenti » del 17 ottobre. Nel 2001 il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, fa mettere una lapide sul ponte St Michel « alla memoria dei numerosi algerini uccisi in occasione della sanguinosa repressione della manifestazione del 17 ottobre 1961 ».

A 50 anni dalla strage la Ligue des Droits de l’Homme, il Mouvement contre le racisme pour l’amitié entre les peuples, Alternative Libertaire, il Nouveau Parti Anticapitaliste, il Parti de Gauche, il Parti Communiste Français, i sindacati CFDT, FSU, Solidaires ed altri lanciano un appello per

  • Il riconoscimento immediato da parte della Repubblica francese come delitto di Stato dei massacri commessi dalla polizia parigina nell’ottobre 1961
  • La soppressione della Fondazione per la memoria della Guerra d’Algeria, creata con la legge del 23 febbraio 2005, che vanta gli “aspetti positivi della colonizzazione” ed ha una dotazione di oltre 7 milioni di euro per mantenere una memoria travisata
  • Il libero accesso agli archivi per tutti, che si tratti di storici o di semplici cittadini
  • L’incoraggiamento della ricerca storica, in un quadro franco-algerino, internazionale e indipendente su queste questioni.

Fra i morti di allora e le centinaia di giovani « immigrati » vittime della polizia in questi ultimi decenni esiste una continuità. Le violenze coloniali nel 17 ottobre 1961, avvenute nel contesto della guerra di indipendenza algerina, non furono eccezionali e non possono essere relativizzate ricorrendo all’argomento che c’era la guerra e ognuna delle due parti commetteva delle atrocità. Ricordiamo i massacri di Sétif e Guelma l’8 maggio 1945, i massacri della Guadeloupe il 26, 27 e 28 maggio 1967 e gli avvenimenti di Kanaky negli anni 80, violenze contro « indigeni » che avevano il torto di ribellarsi contro il sistema coloniale e il trattamento che era loro riservato, crimini connaturati al sistema coloniale, ma ricordiamo anche  Malik Oussékine (studente ucciso a Parigi da due agenti di polizia il 6 dicembre 1986). Le tre dominazioni subite dal « suddito » nel quadro del sistema coloniale – razziale, economica e statale – sono sostanzialmente le stesse – sfruttamento, precarizzazione, emarginazione, stigmatizzazione, discriminazione, oppressione – che vivono molti figli e nipoti di immigrati ed infatti il razzismo coloniale non è superato ma si esprime, a vantaggio del padronato,  attraverso le leggi sull’immigrazione, il trattamento riservato ai sans papiers, la divisione razzista del lavoro a fini utilitaristi, che riserva agli immigrati il lavoro nei cantieri, nelle imprese di pulizie etc.

Un’altra delle forme nelle quali questo razzismo si esprime è costituita dalle numerose discriminazioni di cui sono vittime gli immigrati ed i loro discendenti, francesi da generazioni, dalla ghettizzazione in immensi agglomerati, le cités, che accentuano un processo di riproduzione di classe, al trattamento – talvolta fatale – che subiscono da parte delle forze di polizia. Queste violenze poliziesche non sono semplice repressione, come quella dei movimenti dei lavoratori o degli studenti, né missioni per il mantenimento dell’ordine funestate da « eccessi » individuali e le vittime non sono tali solo a causa della loro appartenenza di classe. Tutti questi morti hanno la singolare caratteristica di non contare « bianchi » nelle loro file, dato che si tratta di un rapporto di oppressione razzista ereditato dal colonialismo repubblicano, come il trattamento delle cités da parte della polizia, che chiama queste ultime « terreno da riconquistare » (ne è la prova l’applicazione dello stato di emergenza nel 2005, all’epoca delle rivolte nei quartieri popolari). Non è raro vedere i CRS occupare un quartiere, controllare gli abitanti secondo il colore della pelle o sfondare le porte degli appartamenti per arrestare qualcuno, far subire alle persone – come nel quartiere della Villeneuve a Grenoble l’estate scorsa – trattamenti simili ad una punizione collettiva, metodo largamente usato nelle colonie.

Bisogna continuare a lottare per ottenere la verità sulla morte di Lamine (Lamine Dieng, morto il 17 giugno 2007 nel XX arrdt di Parigi e di Ali Ziri, morto l’11 giugno 2009, entrambi in seguito a un controllo di polizia) e rinsaldare i legami con il movimento operaio, che non è risparmiato dai rapporti di dominazione postcoloniali : il massacro del 17 ottobre 1961, se è restato impresso nella memoria di chi lo ha subito, è lontano dall’essere integrato nella memoria collettiva del proletariato e rare sono le voci che, all’epoca dei fatti, si sono levate per denunciarlo. Se ieri il movimento sindacale francese non aveva solidarizzato granchè con gli algerini, oggi non solidarizza neppure con i giovani vittime di violenze poliziesche e non sempre si impegna nella lotta per la verità e la giustizia.

Occorre mobilitarsi contro il razzismo e convergere con il movimento sindacale, comprendendo in queste lotte la commemorazione simbolica del 17 ottobre 1961 e sottolineando che,  se lo stato continua a rifiutare di riconoscere le sue responsabilità nel massacro, è perché vi è una continuità con le troppe impunità di questi ultimi decenni.

Parigi, 14 ottobre 2011

Giustiniano Rossi

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