Il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi olimpici di Città del Messico, nella Piazza delle Tre Culture di quella megalopoli un numero tuttora imprecisato di manifestanti furono uccisi, altri feriti: secondo le fonti, si tratto’ di centinaia o di migliaia di morti, mentre secondo il governo messicano i morti furono 4 ed i feriti 20. Non esistono tuttora cifre certe riguardo al numero degli arrestati. Il massacro fu perpetrato dopo mesi di agitazioni studentesche, che avevano gli stessi obbiettivi di quelle che scuotevano il resto dell’America e l’Europa in quell’ormai famoso anno 1968, e intendevano attirare l’attenzione del mondo sui problemi del Messico, sfruttando l’occasione offerta dalla Olimpiadi. Gli studenti erano stati duramente repressi dal presidente Gustavo Diaz Ordaz, che in settembre aveva ordinato all’esercito di occupare il campus della più grande università messicana, l’Università Nazionale Autonoma del Messico, per bloccare il movimento.

L’intervento dei soldati era stato brutale, erano seguiti arresti indiscriminati ed il 23 settembre il rettore dell’università, Javier Barros Sierra, si era dimesso per protesta, tuttavia le manifestazioni studentesche erano raddoppiate di intensità, in un crescendo culminato il 2 ottobre, dopo nove settimane di sciopero, in una marcia di 15 000 studenti provenienti da varie università attraverso le strade di Città del Messico armati di cartelli di protesta contro l’occupazione del campus universitario da parte della polizia. All’imbrunire, 5 000 studenti e lavoratori, molti dei quali con mogli e bambini, si erano raggruppati davanti ad un complesso residenziale in Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco, cantando “No queremos olimpiades, queremos revolucion”: gli organizzatori non pensarono fosse necessario interrompere la protesta quando si accorsero dell’aumento della presenza poliziesca nella zona. Il massacro comincio’ al tramonto, quando la polizia e i militari, con autoblinde e carri armati, circondarono la piazza e fecero fuoco nel mucchio, colpendo non solo i dimostranti ma anche i passanti, compresi i bambini. Il massacro continuo’ nella notte, con una caccia all’uomo casa per casa negli edifici adiacenti alla piazza. Testimoni oculari riferirono che i cadaveri furono rimossi in seguito e caricati su dei camion.

La spiegazione ufficiale degli incidenti fornita dal governo fu che provocatori armati presenti fra i dimostranti avevano aperto il fuoco e che le forze di sicurezza avevano risposto per difendersi: per arrivare ad una commissione di inchiesta sul massacro di Tlatelolco furono necessari 29 anni, quando il Congresso messicano, nell’ottobre 1997, decise finalmente di indagare sui fatti. La commissione intervisto’ numerose personalità politiche coinvolte nel massacro, compreso Luis Echeverria Alvarez, ex presidente e ministro degli Interni di Diaz Ordaz all’epoca della strage. Echeverria riconobbe che gli studenti erano disarmati ed ammise perfino che l’azione militare era stata pianificata da tempo, con l’intento di distruggere il movimento studentesco. Quando, nell’ottobre 2003, il National Security Archive della George Washington University pubblico’ una serie di registrazioni provenienti dalla CIA, dal Pentagono, dal Dipartimento di Stato, dall’FBI e dalla Casa Bianca, rispondendo ad una richiesta del Freedom Information Act, divento’ di pubblico dominio il ruolo, almeno indiretto, del governo americano in quel massacro: durante tutto il periodo delle Olimpiadi la sicurezza era stata affidata agli americani.

Anche se l’elezione alla presidenza degli USA di Barack Obama ha destato grandi speranze, il perdurare della subordinazione economica e politica di buona parte del continente americano agli Stati Uniti, iniziata nel XIX secolo con la dottrina Monroe, il coltello alla gola della Repubblica cubana costituito dall’embargo e dalla sinistra base di Guantanamo, i rapporti tuttora esistenti fra il governo messicano e quello americano nell’ambito del NAFTA (North America Free Trade Agreement) e quelli, contestatissimi, del progettato FTAA (Free Trade Area of the Americas) che determinerebbero un’ancora maggiore dipendenza e vulnerabilità economica all’esterno e la ricolonizzazione politica e militare di tutto il continente sotto il controllo degli USA sono sotto gli occhi di tutti.

Le parole di Colin Powell, Segretario di stato del governo Bush “Noi vogliamo vendere merci, tecnologia e servizi statunitensi, senza ostacoli, o restrizioni, ad un mercato unico di 800 milioni di persone, con un reddito totale di 11 trilioni di dollari all’anno, in un territorio che andrà dall’Artico a Capo Horn” ed il fatto che gli USA possiedono 240 milioni di abitanti e 9 trilioni di dollari di PIL, gli altri paesi americani 560 milioni di abitanti e 2 trilioni di dollari di PIL, il Brasile 170 milioni di abitanti e 800 miliardi di dollari di PIL, dimostrano incontestabilmente che la lotta di quanti caddero in Piazza delle Tre Culture oltre 40 anni fa é quanto mai attuale. L’emergere di un movimento di contestazione di quella subordinazione, soprattutto fra i sopravvissuti allo spaventoso massacro della “Conquista” di oltre cinque secoli fa prima in Messico, poi in Venezuela, in Bolivia, in Argentina, in Brasile in Cile ed in altri paesi dell’America latina mostra la continuità della lotta degli studenti e dei lavoratori messicani del 1968, che ha rappresentato una tappa importante sulla strada dell’indipendenza politica ed economica dei paesi latino-americani dall’imperismo statunitense.

Parigi, 1 ottobre 2009

Giustiniano Rossi

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