IRAN-POLITICS-KHAMENEI

Ora che l’anatema della Guida Suprema, Khamenei, è calato “sull’atto blasfemo” di bruciare l’immagine della Guida spirituale della rivoluzione islamica, Khomeini, gesto mostrato al mondo tramite web e social network, per i leader dell’opposizione Karroubi e Mousavi potrebbe scattare l’arresto. L’aspettano gli stessi riformisti e molti commentatori antiregime che sostengono come l’azione provocatoria sia stata un pretesto attuato da pasdran infiltrati fra i manifestanti per avviare un’ampia stretta repressiva su personaggi di primo piano. Cosa che riguarderebbe non solo la coppia dell’opposizione ma lo stesso Rafsanjani, presidente dell’Assemblea degli esperti, organo che decide le sorti della stessa Guida Suprema. Che ci sia uno scontro interno alle fazioni partitiche iraniane non è una novità. Contrasti ben più ampi riguardano da anni la gestione del potere fra clero e società laica, e all’interno della stessa componente religiosa che trae vantaggio dal sistema del velayat–e faqih introdotto dall’intransigenza khomeinista. Però tutto il quadro politico, dai basji più accesi sostenitori del partito dei militari, ai contestatori verdi e filo modernisti passando per gli ayatollah – tradizionalisti alla Yazdi o come Sorush critici sul governo del clero pur facendone parte – nessuno giustificherebbe il gesto dissacratorio al padre della Repubblica Islamica.

Ma più dell’azione di dileggio che può essere montata ad arte, poco importa se da forze della repressione o da spontaneisti filo occidentali, se c’è come affermano dai palazzi di Teheran chi cospira contro la nazione islamica lo fa con strumenti più subdoli. Il richiamo agli attentati dello scorso ottobre in Baluchistan opera dei “Soldati di Dio” di Abdel Malik Rigi – formazione sunnita vicina ad Al Qaeda e come l’Al Qaeda degli anni Ottanta foraggiata dalla Cia – è d’obbligo. Quella regione meridionale che confina col Pakistan è zona d’interesse strategico per più d’un motivo (attuali traffici di droga e futuri oleodotti) e fomentarne scissioni rientra nei piani d’instabilità che gli Stati Uniti praticano per il controllo geopolitico ed economico del Grande Medio Oriente. Il ruolo che da decenni la Casa Bianca ha giocato e gioca nell’area la porta ad avere un occhio sempre rivolto a quella terra ricca di pozzi divenuta con gli ayatollah un grande nemico. Con governanti diversi l’Iran potrebbe ritrasformarsi in possibile alleato, come quando i Servizi prepararono il colpo di stato che riportava sul trono un Reza Pahlavi compiacente nel favorire gli affari americani.

La partita è perciò aperta a 180°, le posizioni attuali, come insegnano i dettami della politica estera, possono sempre mutare. Il paese degli ayatollah è tenuto sotto minaccia attorno alla vicenda del nucleare, ma che i suoi progressi per un utilizzo civile e militare dell’energia atomica viaggino speditamente è un segreto di Pulcinella. E’ di stamane la notizia riportata dal londinese Times (i superesperti dell’Aiea lo sanno da parecchio) che i tecnici iraniani sfruttando l’esperienza del Pakistan stanno ultimando collaudi per il cosiddetto iniziatore al neutrone, componente che funge da detonatore dell’arma atomica. Insomma la recita di Obama e delle potenze mondiali che minacciano sanzioni verso la nazione in corsa per la bomba non rappresenta un deterrente e ha un valore solo propagandistico. E’ una questione di tempo: l’Iran avrà il suo nucleare sia civile sia militare, certo all’Occidente interessa quale componente politica gestirà il futuro. Gli States e i più stretti alleati dell’Unione Europea, coloro che tuttora combattono le guerre tardo imperialiste nell’area, non possono infatti contare né sui buoni uffici della Russia né si fidano delle prossime potenze economico-strategiche mondiali, quelle Cina e India che li disarcioneranno dal supponente ruolo di condottieri del capitalismo globale.

Russia e Cina hanno un’ampia partnership con l’Iran legata al commercio del greggio. L’Iran riceve da questi scambi prodotti e tecnologia e non ha all’orizzonte spettri di embarghi come quelli subìti negli anni Ottanta, sia che governi un Ahmadinejad sia che gli subentri un riformista. Allora per ostacolare il disegno di supremazia regionale – avviato dagli iraniani sin da quando combattevano contro Saddam Hussein e in parte riuscito nell’area ad altissima tensione dei Territori Occupati della Palestina, in Libano e Siria – le mosse statunitensi e occidentali possono essere quelle di fomentare, come in Baluchistan, contrasti etnici con le minoranze sunnite, sul modello dei conflitti civili-religiosi presenti nel Golfo, come nello Yemen. Foraggiare quel fondamentalismo che altrove si dice di combattere, appoggiarsi ad alleati come l’Arabia Saudita che finanzia tali gruppi wahhabiti e chiudere gli occhi sui “giochi di guerra” che Israele continua a compiere nell’area. Se il popolo iraniano rischia repressioni dagli apparati del regime, sulla sua pelle le potenze dell’Ovest potrebbero giocare l’ennesima partita del petrolio che, come Afghanistan e Iraq insegnano, non ha niente a che fare con libertà e democrazia.

Enrico Campofreda

Print Friendly