La centrale Enel della Valle del Mercure è situata tra Calabria e Basilicata all’interno del Parco Nazionale del Pollino. L’impianto aveva funzionato negli anni sessanta prima a lignite e poi ad olio combustibile. Già negli anni sessanta, anche quando non esisteva il parco nazionale la comunità della Valle del Mercure aveva condotto contro la centrale una battaglia molto dura. L’impianto rimase in funzione fino a metà degli anni ’90, poi chiuse. E’ di circa cinque anni fa il tentativo dell’Enel di riaprire l’impianto convertendolo a biomasse e a CDR (combustibile derivato da rifiuti). Anche all’epoca la popolazione del territorio del Pollino si mobilitò ed evitò la riapertura della centrale. L’Enel ci ha riprovato nell’estate di quest’anno, proponendo che l’impianto funzionasse a 35 invece che a 50 megawatt ed ottenendo tutte le autorizzazioni necessarie. Oltre che dalle regioni di Basilicata e Calabria l’autorizzazione viene anche dall’Ente Parco del Pollino, un’istituzione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere preposta alla tutela dell’ambiente e del territorio. La popolazione allarmata scende subito in campo. Si mobilitano subito i comuni di Viggianello e Rotonda, gli ambientalisti, contadini, lavoratori e studenti anche emigrati.

Perché la comunità locale della Valle del Mercure non ha voluto che la centrale riprendesse i lavori? L’Enel presenta la riconversione dell’impianto a biomasse come un’operazione che consentirà di produrre energia pulita da fonti rinnovabili. Nei suoi comunicati l’Enel (che spediva automaticamente mail arroganti ai firmatari della petizione online) parla del progetto come un’applicazione dei dettami del protocollo di Kioto, come un’occasione per salvare l’ambiente e creare contemporaneamente occupazione. Il problema è dove reperire la biomassa necessaria a produrre energia pari a 35 megawatt. L’Enel lascia intendere nei suoi comunicati che la biomassa potrebbe essere reperita “in loco”, appaltando alle ditte del legname lavori di pulitura dei boschi del Pollino (leggi: tagli boschivi). La conclusione dell’Enel è a dir poco grottesca e dimostra come spesso il tema della salvaguardia dell’ambiente possa essere completamente travisato  per asservirlo agli interessi economici delle multinazionali. Quella dell’energia pulita adesso diventa una bella scusa per fare profitti ( e non dimentichiamo che l’ Enel cita anche tra le fonti di energia pulita le… centrali nucleari!). In sostanza, l’Enel lascia intendere che per produrre biomassa sia necessario bruciare gli alberi dei boschi del Pollino. Logica vorrebbe che i boschi, proprio per il fatto di essere compresi in un’area protetta, dovrebbero essere lasciati in pace. Ma la logica ecologista dell’Enel è diversa.  Non ci meravigliamo di questo. Il capitalismo tratta qualsiasi cosa come merce. Un albero, un bosco, non hanno valore in sé, acquistano valore solo in presenza di un utile: nel migliore dei casi la loro valorizzazione è attuata a scopi turistici, nel peggiore dei casi a scopi industriali! Il Pollino non è l’unico caso al sud interessato dai danni della schizofrenia (pseudo)ecologista delle  multinazionali, in quanto ad esempio a Cotronei, in Calabria, è stato autorizzato il taglio di querce secolari da bruciare in tre centraline a biomassa. Certo non bisogna essere pregiudizialmente contro le centrali a biomasse. Le centrali a biomasse possono anche essere utili, ma se di piccole dimensioni (di sicuro non a 35 megawatt!) e situate in prossimità di stabilimenti o piantagioni che utilizzano enormi quantità di scarti vegetali (zuccherifici, segherie, risaie ecc.)… non certo in un parco nazionale! Anche perché, pur tralasciando il valore dal punto di vista estetico e naturalistico di una foresta e ragionando in termini strettamente ecologici, questa stessa foresta non può essere considerata in senso stretto una fonte di energia rinnovabile, soprattutto perché i tempi di “rinnovabilità” di un albero sono estremamente lunghi!

La questione della centrale dell’Enel del Mercure non riguarda però solo il problema dei tagli boschivi. Il rischio rappresentato da una centrale con tale potenza energetica era quello che l’impianto potesse trasformarsi tout court in un inceneritore di rifiuti. Non ci vuole tanto per passare dal CDR ai rifiuti veri e propri. Pensiamo a quali conseguenze dannose si potrebbe pervenire, in termini di inquinamento dell’aria e delle falde acquifere, dall’incenerire qualcosa come 35 megawatt di rifiuti… Per la criminalità organizzata la centrale Enel avrebbe rappresentato un grosso affare. Questa è stata anche l’opinione di un ex giudice come De Magistris che evidentemente conosce gli affari che si muovono nel territorio calabrese. La criminalità organizzata avrebbe probabilmente controllato la gestione degli appalti dei lavori generati dall’indotto della centrale ed enorme sarebbe stato il rischio di traffici di rifiuti da incenerire nell’impianto (la questione della nave dei veleni venuta alla ribalta negli ultimi mesi la dice lunga sui traffici nascosti che avvengono sul territorio meridionale!). Va detto anche che all’interno del sito dell’impianto già sono  seppellite quantità probabilmente anche consistenti di rifiuti tossici: cinque anni fa furono proprio i carabinieri a sequestrare il sito per avere accertato la presenza di questo tipo di rifiuti. Altro che centrale a biomasse… il sito andrebbe bonificato! Tutti questi rischi sociali e ambientali erano compensati dalla creazione di soli 35 posti di lavoro effettivi (nella centrale cioè) a fronte di inevitabili ricadute occupazionali nell’ambito di settori come l’agricoltura e il turismo (che dovrebbero rappresentare i settori chiave dell’economia di un’area protetta). Ma veniamo alla mobilitazione.

La protesta dei comitati e delle associazioni comincia con i presidi sotto la sede dell’Ente Parco, in occasione delle riunioni del consiglio direttivo. Si organizza una petizione online che in poche settimane raccoglie migliaia di firme. La parola d’ordine del forum delle associazioni e dei comitati diventa quella delle dimissioni del presidente dell’Ente Parco Domenico Pappaterra, per avere dato parere favorevole alla riapertura della centrale. Le dichiarazioni di Pappaterra dimostrano fino a che livelli è arrivata l’ignavia dei politicanti  posti alla direzione dell’ente. In pratica si dice ai comitati: “non prendetevela solo con noi; non siamo stati solo noi a dare le autorizzazioni all’Enel; c’entrano anche le regioni e le province di Calabria e Basilicata… andate a manifestare anche sotto le loro sedi!” Questi  politici provenienti dalle fila del Pd evidentemente non hanno un’opinione, non riescono a prendere una decisione? All’inizio sono pronti a servire gli interessi dell’Enel, poi, temendo il “volgo”,  fanno subito marcia indietro. Questo comportamento è anche esemplificativo di cosa siano diventati  in realtà gli enti di gestione dei parchi nazionali. Più che istituzioni di tutela ambientale e di sviluppo del territorio sembrano più che altro organi burocratici con a capo politicanti e funzionari senza competenze sull’ambiente; strutture che manovrano ingenti quantità di denaro pubblico, che spesso viene utilizzato per progetti inutili e costosi, con conseguenze spesso dannose per l’ambiente e il paesaggio. Evidentemente i dirigenti dell’ente cominciano a temere la mobilitazione della popolazione e sotto la pressione dei comitati sono obbligati a mettere in discussione le decisioni precedentemente assunte. Anche la posizione di Pittella, parlamentare europeo e uno dei grandi “feudatari” del Pd al sud, è adesso quella di “né aderire né sabotare”.

La svolta decisiva nella vicenda si ha con l’imponente manifestazione popolare del 5 settembre 2009, una delle più grandi manifestazioni tenutasi nel territorio del Pollino. Certo, alla mobilitazione il corteo non arriva a contare più di tremila persone. Ma in un territorio con comuni che popolati in media dai 1500 ai 3000 abitanti anche poche migliaia di persone possono rappresentare tanto. Colpisce la varietà di persone presenti alla manifestazione: ci sono studenti medi e universitari, ambientalisti e contadini, pastori e insegnanti o professionisti. Vecchi e giovani, donne e uomini provenienti dai comuni della Valle del Mercure e delle valli limitrofe. A portare la solidarietà alla lotta ci sono anche sindaci di comuni lontani, della Calabria e della Basilicata. Tanti sono gli striscioni nel corteo che ribadiscono il no alla centrale e all’atteggiamento di rapina dell’Enel. Tante sono anche le bandiere rosse e i compagni che si sono prodigati per organizzare la manifestazione. E’ presente anche uno spezzone regionale del Prc. Molto importante è stata la mobilitazione delle associazioni ambientaliste di base, quelle cioè che operano concretamente sul territorio. Ma il dato più importante è la partecipazione della gente comune, di operai, studenti e contadini senza i quali la mobilitazione non sarebbe stata così imponente. La sensazione è quella che ci sia una comunità intera, di popolo, che sia scesa  in campo per difendere sé stessa,  la propria terra e, quel che è più importante, la propria dignità. La mobilitazione ottiene un primo successo con la sospensione da parte dell’Ente Parco, per 40 giorni,  del parere favorevole dato alla riapertura della centrale. L’Enel protesta affidandosi alla questione della legalità, in quanto la società aveva ottenuto tutte le autorizzazioni.  L’Ente Parco, ormai sovrastato dalla forza della mobilitazione, è costretto a prendere atto della volontà popolare ed a schierarsi con il forum dei comitati. La conclusione definitiva della vicenda si ha con la posizione dell’Avvocatura di Stato di Potenza che boccia il progetto dell’Enel facendo valere il diritto delle popolazioni all’ “autotutela”. L’Ente Parco può  ritirare finalmente il parere favorevole (la comunicazione che revoca ufficialmente il parere favorevole risale al 28 ottobre). Proprio la conclusione della vicenda la dice lunga su cosa rappresentino  in realtà le belle parole come “legalità” e “democrazia”. Certo, per aver ricevuto le autorizzazioni era legale che l’Enel riaprisse la centrale degradando il territorio. E’ legale, dopo il parere dell’Avvocatura di Stato, la bocciatura del progetto. Ma questa conclusione all’insegna della “legalità”  è subentrata solo dopo un’imponente mobilitazione popolare. La mobilitazione ha dimostrato che ciò che  viene presentato come legale non è giusto, e anzi spesso è antidemocratico. Sono stati i comitati e le associazioni a ristabilire la verità facendo valere le proprie ragioni di giustizia contro l’Enel e contro quei politici che dovrebbero rappresentare gli interessi del popolo ma che come si sa cedono facilmente ai ricatti e alle lusinghe del capitale. Questa e altre lotte come Scanzano dimostrano che non è possibile delegare a nessuno la salvaguardia del proprio territorio. Bisogna agire attraverso i comitati, che sono quelle strutture democratiche di base che assicurano la più ampia partecipazione. E’ necessario adottare una prospettiva di lotta unitaria che coinvolga il maggior numero di persone, soprattutto i giovani, che dia modo a quelle energie positive di cambiamento che covano nella società di uscire allo scoperto, di  autorganizzarsi per avanzare una prospettiva anticapitalistica di cambiamento, una prospettiva che sia fondata mai come oggi sulle parole d’ordine della  resistenza e del movimento.

Indio

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