Pretesto o non pretesto, protesta o meno quello che comincia a tenere banco nelle primavere arabe passate e presenti è quale tendenza dell’islamismo politico prevarrà anche in Paesi assolutamente mediterranei come Tunisia ed Egitto che hanno visto violenze più preoccupanti dello stesso colpo mortale di Bengasi. Più preoccupanti perché basate sui numeri dei dimostranti-assedianti e dei giorni di gazzarra tollerati da chi mal li digeriva, le attuali dirigenze tunisina e cairota, perché scontri e nuovi morti producono problemi interni e internazionali all’establishment. Il dichiarato moderatismo dei due partiti di governo delle nazioni che hanno aperto le porte alle rivolte anti raìs, cavalcate ma non promosse da Ennadha e dal Freedom and Justice Party, si distanzia dall’accesa ira delle bandiere nere dei salafiti. Quest’ultimi a Tunisi e al Cairo, a Tripoli del Libano, Sanaa e nell’Oriente estremo hanno sviscerato un odio globale verso l’Impero e l’Occidente d’impianto americano. Ma già tre giorni or sono, ascoltando le dichiarazioni del portavoce di Al-Nour Nader Bakkar, rilasciate a poche decine di metri dall’ambasciata statunitense della capitale egiziana posta sotto assedio da centinaia di giovani adiratissimi    (http://www.youtube.com/watch?v=KxVLz4y7lzo) si notavano distinguo e critiche alla violenza nichilista pur mossa dall’ingiustificabile offesa religiosa.  Se poi si legge la lettera che Al-Shater, deputato e presidente della Fratellanza, colui che poteva diventare presidente d’Egitto ma fu escluso dalla corsa, invia al primo cittadino d’America e al suo popolo si comprende che non è l’Islam di questi partiti a odiare l’aria del west.

Scrive Al-Shater “Il mondo è un villaggio globale dove il rispetto per i valori – religiosi e non – è un requisito necessario per costruire relazioni benefiche. Malgrado il nostro risentimento per la produzione anti musulmana non riteniamo il governo degli Stati Uniti e i suoi cittadini responsabili di quegli atti. Speriamo che le relazioni su cui egiziani e americani hanno lavorato nei mesi scorsi possano sostenere le turbolenze degli eventi di questi giorni. Nella costruzione del nuovo Egitto abbiamo molto da imparare”. Seguono condoglianze per le quattro vittime dell’ambasciata libica e scuse per la violazione dell’extraterratorialità violata. Un passo da perfetto ministro degli Esteri che cerca di tamponare l’avvertimento rivolto telefonicamente da Obama al viaggiatore Mursi, a caccia stavolta di finanziamenti europei, minacciando di tagliargli l’arrivo dei propri fondi. Su dollari, euro e ogni sorta di moneta passa il futuro politico delle rivolte arabe, non tanto perché queste possono venire immediatamente comperate o inquinate dal denaro, ipotesi drammaticamente possibile, ma perché la futura pianificazione economica di quei Paesi è impensabile senza risorse. Questione ripetuta da mesi che, ben prima dell’ultimo diktat di Obama, ha già mostrato i ricatti statunitensi e le lusinghe saudite e qatarine. Quest’ultime seguono percorsi duplici, uno legale rivolto alle amministrazioni politiche, l’altro sotto traccia  basato sull’infiltrazione teologica del wahabismo e sul  jihadismo di Al-Qaeda.

I tanti volti giovanili che periodicamente infiammano le strade e sentono di contare qualcosa solo combattendo per una causa, hanno sotto gli occhi la quotidianità dei loro Paesi che i signori Mursi, Qandil, Marzouki, Jebali chiamano nuova ma che parla tuttora di disoccupazione, indigenza, inappagatezza esistenziale. E se c’è chi riesce a twittare, altri possono solo bruciare. Acculturati o meno rappresentano un serbatoio energetico straordinario per un fondamentalismo miliziano o movimentista che, lontano dal moderatismo della Confraternita, sfugge alla stessa intransigenza pragmatica di Al-Nour orientato a percorrere una via istituzionale verso il potere. Dalle considerazioni di taluni analisti appare piuttosto la tunisina Ansar Al-Sharia  (http://www.youtube.com/watch?v=DhhJXvMWgr0) una componente che mette le radici nelle ferite sociali aperte – quelle per le quali Mohammed Bouazizi s’era immolato che restano simili a ventuno mesi fa – e cerca proseliti reclutando sui bisogni dei diseredati e sulle mancanze che generano odio. In questi giorni al Cairo sono comparsi i predicatori di piazza, i già sperimentati imam che lanciavano anatemi contro l’asservimento filo occidentale di Mubarak e possono cominciare a farlo anche verso neo servilismi della Fratellanza. I film blasfemi sono la miccia poi la rabbia infiamma attorno a tutto quel sociale irrisolto che ha il volto di chi fino a ieri collaborava con l’Occidente e di chi s’appresta a riproporlo senza cambiare davvero. Ideologia e fede irrompono sull’odierna scena delle rivolte arabe legate strettamente ai bisogni del corpo, dell’anima e di tutto quello che questo significa come progetto identitario di ciascuna comunità nazionale.

Enrico Campofreda, 15 settembre 2012

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