rosarnoAdesso Maroni coglie la palla al balzo per parlare del problema clandestini.

La colpa è degli immigrati.

Sono colpevoli di lavorare per 20 euro al giorno, colpevoli di vivere ammucchiati in accampamenti, colpevoli quasi di esistere.

Colpevoli di essere sfruttati dalla ndrangheta calabrese, quella stessa ndrangheta che fornisce appoggi e clientele ai signori di centrodestra e di centrosinistra.

E se qualcuno gli spara addosso devono stare anche zitti, perchè sono schiavi, bestie da soma.

Sono colpevoli.

Ma sono dei clandestini colpevoli che ci servono.

Li rimandiamo a casa a parole.

Ma sotto sotto li vogliamo.

Sono un tesoro prezioso per aumentare il profitto.

E’ sporco di sangue e sofferenza quel capitalismo adesso in crisi, alla cui “ripresa” sarebbero affidati i nostri destini.

Ecco dove sono andate a finire le belle parole come democrazia, diritti civili, antirazzismo, dignità della persona…

Parole, parole che si ammuffiscono nell’inconcludenza.

Vogliamo parlare di civiltà?

La cosa più civile che ho visto in questa vicenda è la loro rivolta, la loro rabbia, le loro mani armate e pronte a colpire.

“Non violenza” è quella bella parola funzionale inventata dalla borghesia democratica per soggiogare il popolo con la violenza di Stato.

C’è un limite a tutto e la dignità umana dopo ogni sorta di torto riemerge e vuole affermarsi, è temibile e pronta a colpire. In questo paese di merda dove ci hanno indotti ad essere un branco di pecore sono molto più “civili” i clandestini di Rosarno che, uniti come fratelli, avanzano contro poliziotti e mafiosi.

Prendiamo esempio da loro: anche se questa rivolta alla fine non produrrà nessun risultato per essi, vale come atto morale in sè.

Perchè “lorsignori” devono imparare a capire che qualcuno finalmente sta cominciando a perdere la pazienza!

Auguriamoci mille Rosarno, auguriamoci il sacrosanto disordine e caos proletario!

E che imperversi una sacrosanta anarchia di fronte a quest’ordine marcio che ci vorrebbe tutti degli schiavi pronti sempre a rispondere “sì padrone, come vuole lei padrone”.

Indio

Print Friendly