Dopo la separazione, due mesi sul divano-letto del salotto di un amico, facendo attenzione a non mettere in disordine, cercando di non farsi vedere. In seguito, tre mesi a casa della madre di una sua amica, che ha una camera libera e infine ritorno a casa dei genitori. Storie come quella di Aldéric, giovane laureato ventiseienne alla ricerca di occupazione, riportata dal quotidiano Le Monde, sono diventate normali nelle grandi città, dove il costo astronomico degli affitti, la durata degli studi, la moltiplicazione dei lavoretti primo dell’accesso ad un impiego stabile, le esigenze dei proprietari non lasciano alternative. Non ci sono statistiche affidabili ed è dunque difficile sapere quante sono le persone che risiedono ospitalità in maniera transitoria presso terzi, amici, parenti, semplici relazioni. Secondo la Fondazione Abbé Pierre, si tratta di centinaia di migliaia di persone, dai giovani adulti costretti a tornare ad abitare con i genitori o addirittura con i nonni agli ultrasessantenni ospitati temporaneamente dai figli in seguito ad una rottura familiare, ad un lutto, a difficoltà finanziarie o a problemi di salute.

Sono « soluzioni » che prosperano con la crisi soprattutto nei grandi centri urbani – in Francia vi si concentra l’80% della popolazione – dove la persone o le persone « ospitate » possono trovare un temporaneo sollievo non dovendo pagare un affitto e la persona o le persone « ospitanti » un complemento di reddito, una presenza o uno scambio di servizi (custodia di bambini, di animali domestici ….) o semplicemente un po’ di compagnia. Ma non tutti hanno la « fortuna » di essere accolti temporaneamente presso amici o conoscenti, se è vero che sono sempre più numerosi i membri di coppie separate che continuano a vivere sotto lo stesso tetto a causa della crisi, del peggioramento delle condizioni economiche e dell’impoverimento di una parte delle famiglie, del costo degli affitti o della paura di precipitare verso i piani bassi della « scala sociale », tutti elementi che rendono sempre più difficili da sopportare le conseguenze finanziarie di una separazione.

Negli Stati Uniti il fenomeno è noto da tempo e si chiama « living together apart », traducibile con  « separati in casa ». Secondo il sociologo Claude Martin « Nei quartieri poveri, numerose ricerche hanno rivelato che la mancanza di risorse era una delle ragioni di questi accomodamenti » e « Oltre Atlantico, la coabitazione forzata appare una necessità per evitare il peggio, la strada, per fare economie di scala consentendo di mantenere il legame genitori-figli ». In Francia, la paura delle conseguenze economiche del divorzio o della separazione e della precarità approdano allo stesso risultato « Il prezzo da pagare per la rottura è troppo alto per un certo numero di coppie francesi, che restano insieme perché non possono trovare facilmente un alloggio o perché non vogliono dividere il loro patrimonio ». Secondo la sociologa Sylvie Cadolle, « Rispetto a vent’anni fa, è l’aumento esponenziale degli affitti l’elemento fondamentale che rende le separazioni, che sono comunque in continuo aumento, più difficili. Quando ci sono figli e bisogna trovare due appartamenti in quartieri relativamente vicini per evitare loro una rottura eccessiva, il tutto con un bilancio limitato, il problema diventa complicato e la soluzione puo’ richiedere mesi ». Anche vendere (per le coppie proprietarie di un appartamento) non è facile, secondo un esperto immobiliare « In seno alla coppia, ci possono essere differenza nella stima dell’immobile, nella strategia di vendita, nel valore della parte da riscattare… che bloccano la situazione ».

Che fare ? A Parigi, secondo l’ultimo censimento, quello del 2009, il 7% del patrimonio immobiliare è vuoto, ma requisire questi appartamenti da parte del Comune o dello Stato per rispondere alla richiesta di alloggi a prezzi accessibili non è facile, dato che i proprietari hanno sempre una buona scusa. Ci sono poi gli immobili per uffici, milioni di mq vuoti che potrebbero, ma non sempre,  essere trasformati in appartamenti. L’applicazione di una tassa sugli immobili tenuti vuoti potrebbe cambiare la situazione ed è in questo senso che premono le associazioni, sperando di essere ascoltate dalla ministra della Casa, Cécile Duflot, che si è dichiarata certa dell’esistenza di un patrimonio immobiliare non occupato e che puo’ essere messo a disposizione, domandando ai prefetti della regioni dove l’emergenza casa è più drammatica di « mettersi in condizione di procedere a requisizioni entro la fine dell’anno (2012) ».

Ma l’impressione è che fra le buone intenzioni e la volontà politica ed i mezzi per mettere in pratica le une e l’altra la differenza sia enorme, non colmabile dall’attuale governo rosa-verde, il cui comportamento non è molto dissimile, su questo come su altri problemi sociali, dal precedente.

Giustiniano Rossi

Parigi, 1 febbraio 2013

Print Friendly