nichiRilanciato sul proscenio nazionale dalla popolarità delle primarie vinte in regione, Nichi Vendola guarda oltre la possibile riconferma a Governatore. Cammina avanti, fiuta il futuro che dovrà esistere oltre la Puglia. E nella ribadita investitura di consensi cerca quel credito alla leadership annebbiato da precedenti bocciature e scissioni dentro Rifondazione. Nel vuoto cosmico di rappresentanza di quel che resta della sinistra “radicale” lui certamente giganteggia. Bisogna riconoscergli impegno e coerenza e perfetto adeguamento alla politica dell’immagine che, come una star del minimalismo filmico nazionale, aveva già vestito nel documentario “Nichi” di Contessa, presentato anni addietro alla Mostra di Venezia. Liberissimo Vendola d’incarnare un neo comunismo dal volto umano seguendo il suo stesso slogan “Non voti, ma volti”, portatore però d’una mezza verità perché i voti a un governatore servono e altrettanto al ripartente capo d’una sinistra che si rilancia. Il problema non è questo. Vendola è intelligente e capace, può dimostrare d’essere un integerrimo amministratore, Frisullo permettendo. Ma quella defenestrazione ha l’odore di giustizia, non di giustizialismo.

Eppure in certe ultimissime affermazioni Nichi sembra riproporre all’elettorato dell’altra sinistra la riscaldatissima minestra bertinottiana. I meno giovani ricorderanno quando nella neonata Rifondazione, dopo il vecchiume di pensiero e azione dei Garavini e Cossutta, si fece largo l’affabulatore Fausto, riempiendo di contenuti – tanti, troppi, vari – un partito che fece sognare un elettorato orfano di linee e programmi antagonisti che gli decretava quasi il 9% di consensi. Nel bertinottismo c’era di tutto e di più: un po’ d’economicismo rivendicativo di personali trascorsi sindacali, l’opposizione parlamentare, lo stare al governo e poi sottrarsi. E l’internazionalismo autopromozionale guerrigliero per strabiliare i diciottenni, il movimentismo no global per aggregare anche i padri, il pacifismo e la non violenza che strizzavano l’occhio alle suorine. Ancora: l’ipervisibilità nei media, il salottismo per radical e pseudo-intellettuali, l’accaparramento di poltroncine locali e la scarsa presenza militante sul territorio. Un Partito leggero che diceva d’aver radici, sperimentando vie talmente nuove da essere oscure, mentre lanciava allo sbaraglio militanti idealisti e costruiva una micro casta di carrieristi.

Così l’antagonismo, che aveva guardato a quell’ipotesi provenendo da antiche esperienze extraparlamentari o che solo per ardori giovanili seguiva quella guida di cui Vendola e altri erano i guru, s’è ritrovato giocoforza fuori del Parlamento a leccarsi gravissime ferite assolutamente prevedibili. Di quell’establishment Nichi è stato l’unico a salvarsi col salvagente pugliese. E da lì riparte forte di quel che ha fatto e dice di voler continuare a fare su: sanità, acquedotto interregionale, alternativa energetica di solare ed eolico contrapposte alle mai morte follie nucleari di Scajola e Berlusconi. Bene. Chi crede nel buongoverno premierà Vendola sin dalle regionali di marzo. Meno brillanti appaiono certe sue affermazioni rivalutative di Craxi di cui ha ricordato una presunta autonomia estera col famoso intervento di Sigonella. Nichi forse dimentica che l’episodio, un vero unicum, venne molto usato in politica interna contro le componenti più filo statunitensi di quella colazione governativa (parte della Dc e repubblicani). Ed esaltato da compiacenti agiografi di Bettino per crearne il mito decisionista.

La mossa era stato preceduta da anni di totale asservimento socialista alla copertura della politica delle stragi di Stato che proseguì fino al 1984 con l’attentato al rapido 904, passando per la più feroce, alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Trentasei giorni prima della bomba posta dai fascisti dei Nar Fioravanti, Mambro e Ciavardini che agivano di concerto col Sismi, sui cieli del Tirreno cadeva l’aereo Itavia in quella che rimase famosa come la strage di Ustica. Il DC9 Douglas di linea venne colpito da un missile d’un F14 dell’Us Navy che voleva abbattere un Mig libico presente nello spazio aereo Nato. I Ministri dei Trasporti e della Difesa dell’epoca, i craxiani Formica e Lagorio, insieme all’allora Presidente del Consiglio Cossiga, non fecero nessun passo per chiarire l’atto doloso dell’aviazione militare americana. I depistaggi si protrassero nel tempo sotto altri governi in cui spiccavano Ministri della Difesa di sponda craxiana (Andò, Fabbri) e naturalmente rappresentanti del famigerato pentapartito dell’omertà.

I Capi di Stato Maggiore dell’epoca i generali Torrisi e soprattutto Bartolucci, a seguito delle registrazioni di conversazioni fra i piloti del Douglas e varie torri di controllo, vennero indagati per alto tradimento, falso, falso ideologico, favoreggiamento. Le accuse caddero in prescrizione. Dal 1980 al ’95 si verificarono anche dodici decessi sospetti di militari dell’aeronautica implicati in quel caso. Vendola nelle sue affabulazioni politiche alla ricerca d’una nuova anima di quella libera sinistra che intende rappresentare potrebbe rievocare anche questo volto della storia d’Italia, inquietantemente pieno di buchi neri nei quali molti politici della Prima Repubblica, e Craxi fra loro, hanno infoibato le centinaia di cadaveri delle stragi di Stato.

Enrico Campofreda

Print Friendly