Intervista. Corrado Bonifazi (Cnr), oggi a Roma presenta la sua ricerca. La crisi dimezza il saldo positivo di immigrati. In Italia nel 2050 avremo 11 milioni di lavoratori in meno e 3,6 milioni di ultra 80enni in più

La terza fase della bilan­cia migra­to­ria — con il calo degli arrivi e l’aumento delle par­tenze -, aper­tasi con la crisi finan­zia­ria del 2008, vede l’Italia – ma anche l’Europa – «entrare in con­cor­renza con i Paesi in via di svi­luppo, nuova desti­na­zione degli emi­grati». Lon­tana ormai l’era della prima glo­ba­liz­za­zione che «in mezzo secolo ha spinto a espa­triare 14 milioni di ita­liani get­tando le basi delle nostre comu­nità all’estero che ancora con­tano 4,2 milioni di com­po­nenti», e supe­rata anche la recente «seconda glo­ba­liz­za­zione che ha fatto salire il numero di stra­nieri resi­denti rego­lar­mente nel nostro Paese dai 356 mila del 1991 ai 4,3 milioni attuali», oggi siamo ad un nuovo punto di svolta. E le cri­ti­cità ita­liane emer­gono tutte: «I cit­ta­dini in età lavo­ra­tiva sono desti­nati a dimi­nuire di 4 milioni tra il 2015 e il 2030 e di altri 7 milioni dal 2030 al 2050, men­tre gli ultraot­tan­tenni aumen­te­ranno rispet­ti­va­mente di 1,4 e 2,2 milioni. Uno sce­na­rio inso­ste­ni­bile, senza un ade­guato apporto migra­to­rio». È quanto sostiene il ricer­ca­tore Irpps-Cnr, Cor­rado Boni­fazi, che sta­mat­tina pre­sen­terà a Roma, nella sede del Con­si­glio nazio­nale delle ricer­che, la sua ana­lisi storico-economica de «L’Italia delle migra­zioni», edito da Il Mulino.

Que­sto nuovo sce­na­rio inve­ste tutta l’Europa?

La crisi sta col­pendo quei Paesi che negli ultimi 15 anni erano diven­tati le mete più impor­tanti dei flussi migra­tori inter­na­zio­nali: nell’ordine, Spa­gna, Ita­lia, Irlanda, Por­to­gallo e Gre­cia. In Spa­gna il saldo migra­to­rio posi­tivo per 731 mila unità del 2007 è diven­tato nega­tivo nel 2011 con una per­dita di 50 mila per­sone. Anche in Irlanda si è pas­sati a valori nega­tivi e in Ita­lia il deflusso si atte­sta intorno a 40 mila unità. Sia chiaro: la popo­la­zione stra­niera con­ti­nua ad aumen­tare per via delle nascite e del ricon­giun­gi­mento fami­liare, ma in Ita­lia si è scesi da un saldo posi­tivo di 493 mila unità del 2007, a 245 mila nel 2012.

Par­lando di migra­zioni lavo­ra­tive, avete dati riguardo la qua­li­fica dell’offerta e della domanda?

Nell’emigrazione ita­liana è aumen­tato il peso dei lau­reati, anche se è sem­pre più pre­sente l’emigrazione con titolo di studi di medio e basso livello. L’immigrazione invece – nel caso ita­liano, a dif­fe­renza di altri sistemi pro­dut­tivi come quello fran­cese o tede­sco – deve fare i conti con una richie­sta di lavoro tarata sul medio o basso livello, a pre­scin­dere dal titolo di stu­dio delle persone.

Quali sono le comu­nità stra­niere mag­gior­mente cre­sciute in Italia?

Rispetto al 2001, c’è la Mol­dova, con un aumento del 31,2%, e l’Ucraina (23,2%). Segue la comu­nità rumena che in ter­mini asso­luti rimane la prima ma è cre­sciuta del 12,9%. Cinesi e indiani si fer­mano ad un tasso di cre­scita del 4,5%. Ma la novità mag­giore mi sem­bra l’aumento di minori – indice di una sta­bi­liz­za­zione – e la ten­denza verso un rie­qui­li­brio tra i sessi. Per esem­pio nel 1991 erano donne l’81,5% degli immi­grati dall’Ucraina; nel 2011 sono scese al 79,8%. Fa ecce­zione la Polo­nia, da dove con­ti­nuano ad arri­vare soprat­tutto donne.

Gli ita­liani che par­tono oggi, invece, scel­gono nuove mete?

Per ovvi motivi, i Paesi euro­pei sono sem­pre pri­vi­le­giati ma ci sono dati inte­res­santi: in que­sti ultimi anni è cre­sciuta l’emigrazione ita­liana – e non solo – alta­mente qua­li­fi­cata verso la Cina. Secondo i dati Istat, nel 2011 gli ita­liani lau­reati sono diven­tati un quarto di coloro che si tra­sfe­ri­scono all’estero, nel caso della Cina si arriva al 45%. Negli anni pre­ce­denti il flusso ita­liano verso le città cinesi era così basso che i dati non veni­vano nem­meno pubblicati.

Mal­grado negli ultimi dieci anni la Cina abbia quasi dimez­zato il Pil?

Par­liamo di un Paese cre­sciuto al tasso del 7,5%, pari a sette volte la per­cen­tuale di cre­scita dell’Italia nel periodo pre-crisi. Anche se ha ral­len­tato nell’ultimo anno, per noi si tratta di un tasso irrag­giun­gi­bile. Se nel 2014 riu­scis­simo a tor­nare all’1% faremmo i salti di gioia. Segnali di cre­scita del flusso di immi­gra­zione qua­li­fi­cata arri­vano anche dal Bra­sile e dall’India.

Dalla sua ricerca emerge che i dati sulle migra­zioni dif­fe­ri­scono a seconda del Paese che li rac­co­glie. Ci spiega perché?

La let­tura dei dati non è mai uni­voca: è dal 1850 che si cerca di creare sta­ti­sti­che migra­to­rie com­pa­ra­bili tra diversi Paesi, com­pito dif­fi­ci­lis­simo. Ogni Paese defi­ni­sce e cal­cola i flussi a seconda della legge sull’immigrazione: le sta­ti­sti­che infatti regi­strano i feno­meni che stuz­zi­cano l’interesse poli­tico. Per esem­pio l’Italia per un secolo ha misu­rato solo l’emigrazione. Poi le cose sono cam­biate ma oggi misura gli arrivi attra­verso l’anagrafe, quindi non regi­stra i tra­sfe­ri­menti non defi­ni­tivi o i sog­giorni di breve durata, come avviene invece in Ger­ma­nia. Anche per que­sto il dato tede­sco dell’immigrazione è più alto di quello italiano.

Eleonora Martini

Il Manifesto 21.1.2014

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