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Se la scelta israeliana di trasformare in aggressione il confronto verso chiunque dissenta dalla sua volontà sia un cupio dissolvi o un passo estremo di real politik lo vedremo in un futuro che può diventare breve oppure restare in bilico come da decenni resta la questione d’una patria ai palestinesi. Qualsiasi attuale commento, anche il più benevolo, non può che evidenziare la sproporzione sull’uso della forza che pur appartenendo alla storia dello Stato d’Israele sta diventando maniacale. Colpire duro, punire e umiliare l’avversario è la linea che da sempre il sionismo persegue ed è rilanciata in maniera ossessiva da quel mix di laicismo e clericalismo che oggi dirige il Paese. C’è un duplice messaggio nell’intervento stragista dei corpi speciali della Shayetet 13, gli uomini rana assalitori del battello Marmara. La prima voce ribadisce in maniera sempre più netta ciò che Israele aveva iniziato a praticare contro il dissenso interno ed esterno: impedirne l’azione con ogni mezzo anche estremo. Il sacrificio di Rachel Corrie, tritata nel 2003 da un bulldozer che distruggeva case di resistenti palestinesi definiti terroristi, al pari della costruzione del Muro dell’apartheid era un passo premeditato e non casuale d’un sistema che teorizza e pratica la violenza interna ed esterna contro gli oppositori, che crea prigioni e lager per un altro popolo. Questa linea prosegue e s’allarga con le vittime di Freedom Flotilla.

I movimenti pacifista e di solidarietà internazionale hanno rappresentato negli ultimi anni l’unico riferimento di un’opposizione al disegno militarista, liberticida e razzista dello Stato d’Israele, per questo la sua leadership decide di applicare contro gli attivisti la deterrenza del terrore. Non guarda se si chiamano Corrigan Maguire o se sono semplici militanti. Il messaggio nella sua determinazione omicida è chiarissimo: chi vuol sostenere la causa palestinese verrà trattato da palestinese. Sappiamo che Israele considera i palestinesi o sottomessi, e magari spie, oppure terroristi. Chi vuol minimizzare, come fa certa nostra stampa filo israeliana, sostiene che i pacifisti della flottiglia non erano tali, impugnavano e usavano spranghe contro gli assalitori. Quisquilie. Non è questo il punto perché al di là della reazione basata su una violenza emotiva di quei tragici attimi chi viaggiava verso Gaza sapeva di non poter opporre alla forza dell’Idf che la propria solidarietà internazionale fatta di medicinali e viveri. Netanyahu e Barack, che la strage difendono, davano l’assenso all’arrembaggio e i loro uomini d’azione, che hanno le consegne di sparare solo se rischiano la vita sparano assai prima di rischiarla. Chi ha indossato la divisa di Tsahal sa che sarà sempre e comunque difeso dal proprio Paese di fronte alle peggiori nefandezze compiute, anche se non si chiama Sharon e non porta il grado di generale.

Così i governi d’Israele continuano a sostenere il ruolo di carcerieri di Gaza e della Cisgiordania, arrogandosi il diritto di non essere disturbati né da militanti umanitari né da iniziative politiche più altolocate di partiti, organismi, ministeri e governi internazionali. Finora ci sono riusciti Labour, Kadima, Likud e chiunque abbia guidato il Paese, basta vedere quanto ha inciso il rapporto Goldstone, che puntava il dito sui massacri di Piombo fuso, nella dissuasione di nuovi crimini sul proscenio mondiale. Naturalmente la geopolitica non è statica seppure il Medio Oriente palestinese s’è fermato alla Nakba del 1948 ed è anche peggiorato. Ma il quadro regionale può cambiare e proprio in questi mesi nuovi attori, che così nuovi non sono come la Turchia, si riaffacciano sulla scena. Una Turchia che dialoga con l’Iran e s’appoggia a una grande nazione come il Brasile per la questione del nucleare di Teheran, rompe l’isolamento del Paese della Rivoluzione Islamica che rischia di finire bersaglio economico e militare. La vicenda coinvolge i colossi russo e cinese per nulla convinti di appoggiare l’embargo minacciato da Usa e potenze Ue. Potenze peraltro afflitte da recessione e crisi dell’euro e più abbaianti che azzannanti. Il viaggio di Medvedev a Damasco dei giorni scorsi, la ridefinizione del ruolo della Siria nella regione che la vede dialogare con Turchia e Iran, mette Israele in una condizione di oggettivo isolamento geostrategico e pone in ulteriore difficoltà il tutor statunitense proteso a difendere a oltranza i guai che i governi di Tel Aviv compiono un anno via l’altro.

Ma proprio l’oggettiva difficoltà in cui versa la stessa politica estera americana, che l’amministrazione Obama non riesce a cacciare dal vicolo cieco in cui Bush l’ha condotta, può spingere le volpi israeliane a trascinare con sé nel baratro di nuove avventure militari l’alleato major senza il quale lo Stato d’Israele non sarebbe tale. Ecco dunque la voce del secondo messaggio che vanno lanciando i gesti all’apparenza folli di generali e politici dello Stato ebraico. Segnali pericolosissimi ma non fantascientifici perché la linea della Casa Bianca si decide fuori dalle stanze del Presidente. Conta il Congresso e contano le lobbies. Quella della kippah che riunisce Aipac, Aief, Winep continua a pesare moltissimo.

Enrico Campofreda

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