is3 is4

Il tragico assalto della Marina d’Israele agli attivisti internazionali di Freedom Flotilla in rotta verso la travagliata Striscia con derrate e quegli aiuti che il governo Netanyahu s’ostina a non far arrivare al milione e mezzo di gazesi somiglierebbe più alla fine di Rachel Corrie, la pacifista schiacciata nel 2003 da un bulldozer israeliano, che alle esecuzioni mirate di resistenti palestinesi. Ma sempre più la guerra che Israele insinua con ogni mezzo da Tsahal, al Mossad agli altri suoi Servizi assume la duplice funzione di produrre al proprio nemico il massimo danno, incutendo un diffuso terrore al solo avvicinarsi ai confini d’Israele e ai territori che occupa. Dalle stragi di civili dell’operazione Piombo fuso si passa al tiro indiscriminato cui ormai non sfuggono gli attivisti umanitari. L’omicidio lontano dalle azioni di guerra fa parte del conflitto israelo-palestinese, lo hanno praticato entrambi gli schieramenti. Ma Israele in più periodi ha scientificamente organizzato e teorizzato l’uso di squadre della morte e della vendetta come quelle approntate dal premier laburista Golda Meir contro i capi di Settembre Nero dopo la strage di Monaco. Si può ricordare che la pratica di eliminazione fisica, ad esempio dei dirigenti del FPLP Wadi Haddad e Ghassan Kafani, era datata ben prima dell’assalto al villaggio olimpico.

L’ondata della vendetta portò quindi all’uccisione fra ottobre e dicembre 1972 di due alti dirigenti dell’Olp, Wael Zwaiter colpito a Roma e Mahmoud Hamshari fatto saltare in aria a Parigi. La via delle esecuzioni proseguì nel ’73 con Hussein al-Shir a Nicosia, e a Beirut con Muhammad Najjar e Kamal Adwan esponenti di Settembre Nero e Kamal Nasser portavoce dell’Olp. La resistenza palestinese nei suoi ruoli più diversi – militare, politico e divulgativo – è sempre stata nel mirino d’Israele, tant’è che vittime delle imboscate sono risultati anche comunicatori o predicatori come nel caso degli sheik di Hamas. Quando la prima Intifada iniziò a infiammare i territori occupati trasformando gli scioperi e le proteste in azioni più violente che andavano oltre il lancio di pietre l’organizzazione islamica pose le basi per strutturarsi in partito e reclutare una nuova generazione di resistenti. Hamas in arabo significa fervore e incarna lo spirito con cui giovani leve e i propri capi si posero con decisione accanto alla leadership laica di Fatah sino a prenderne il posto in prima linea. Comunque ancora a cavallo degli Accordi di Oslo l’ala militare di Fatah e i Tanzim proseguirono la resistenza armata e Israele continuò a eliminarne i capi come Jamal Al Razek nel 2000.

Però il mirino di Tsahal segue maggiormente gli islamici: nel ’95 è colpito Fathi Al Shikaki della Jihad, l’anno seguente l’ingegnere delle bombe Yehia Ayyash, che dal ’94 offriva ad Hamas la propria maestria nella costruzione di ordigni indossati dai kamikaze. Rimase egli stesso vittima d’un microcongegno piazzato in un telefono cellulare passatogli da un collaboratore dei Servizi israeliani, in linea c’era il padre che Ayyash non sentiva da mesi. Bomba dopo bomba nel 2002 per colpire il comandante militare di Hamas Saleh Shehada con un raid aereo si abbattè l’intera palazzina dove lui abitava con la famiglia, stessa cosa accadde nel gennaio 2009 a Nizan Rayan durante l’attacco a Gaza. Altri sheik caddero col piano di eliminazione diretta: il fondatore e leader spirituale di Hamas Yassin fu colpito sulla sua sedia di paraplegico nell’aprile del 2004 da un missile sparato da un elicottero Apache, stessa sorte toccò poche settimane al successore Aziz Rantisi. Fra i politici Haniyeh subì un attentato, salvandosi perché non viaggiava sull’auto segnalata e centrata dall’F16 di turno, mentre Meshal sopravvisse a un rocambolesco tentativo d’avvelenamento operato nel ’97 ad Amman solo perché un intervento del presidente Usa Clinton gli procurò l’antidoto. Sino al recente misterioso omicidio del fondatore delle Brigate Qassam Mahmoud al-Mabhuh a Dubai di cui è accusato direttamente il big del Mossad Mazir Dagan su cui pende un mandato di cattura internazionale.

Enrico Campofreda su Terra del 1 giugno 2010

Print Friendly