All’inizio dello scorso anno usciva sul New York Times un articolo intitolato “Cosa possiamo imparare dal Servizio sanitario cubano”. Citando l’esempio di una cubana di 29 anni, l’autore sosteneva che, a Cuba, il suo bambino “aveva maggiori probabilità di sopravvivere che negli USA”. A Cuba, un paese, secondo lui, “povero, oppresso ed economicamente sinistrato”, la mortalità infantile era del 4,0/1000, contro 5,9 negli USA. In altre parole, in base a statistiche ufficiali, un neonato aveva il 50% di probabilità in più di sopravvivere a Cuba rispetto agli USA.

Pur mettendo in dubbio le statistiche, il giornalista citava il fondatore dell’ong Partners in Health , Paul Farmer, secondo il quale «  le famiglie cubane non vanno, come altrove, in rovina a causa di malattie o ferite gravi ». Il motivo è il sistema sociale vigente nell’isola, come ha sottolineato il presidente Miguel Diaz-Canel il 16 aprile per il 59° anniversario dell’invasione della Baia dei Porci e della proclamazione del carattere socialista della rivoluzione cubana.

Un esempio ? Quando si verificano catastrofi o epidemie, Cuba è fra i primi a fornire sostegno alle regioni interessate. E’ stato cosi’ per l’epidemia di Ebola in Africa ed è lo stesso per la pandemia di Covid-19. Centinaia di medici cubani sono accorsi in aiuto dei paesi colpiti, non ultimo l’Italia. A metà aprile il ministro degli Esteri Luigi Di Majo ha fatto pubblicare una foto che mostra l’arrivo di un secondo contingente di medici cubani a Torino con il commento « Grazie, Cuba ».

A Cuba, dal 1983 gli ambulatori dei medici di famiglia sono un pilastro del sistema sanitario. Sono nel cuore dei quartieri dove gli abitanti vengono curati. Tutti i vicini sanno a chi devono rivolgersi se non stanno bene e i medici, parte della comunità, si accorgono subito se l’assenza di qualcuno è troppo lunga. E questo ha un valore inestimabile nella crisi attuale, perché sono proprio i medici di famiglia che scoprono i casi sospetti. Non chiedono soldi.

Era cosi’ anche negli anni 90, come ha potuto sperimentare uno dei volontari di una brigata internazionale ammalatosi a Cuba. Era stato portato all’ospedale della città portuale di Matanzas e messo in terapia intensiva. Al suo capezzale si alternavano sempre, anche di notte, due infermiere. Una volta guarito aveva chiesto una fattura per esibirla in patria all’azienda sanitaria e spedire il ricavato a Cuba. Ma il personale sanitario non capiva perché avrebbe dovuto rilasciare una fattura. Una dottoressa aveva chiesto « quale avrebbe dovuto essere il prezzo di una vita umana ».

Nel frattempo anche Cuba ha dovuto imparare la lezione. Ai visitatori stranieri viene chiesto un attestato dell’assicurazione malattie per poter recuperare le spese, che spesso sono più alte che altrove a causa dell’embargo. Malgrado cio’ le somme indicate sulle fatture dei pazienti stranieri sono solo una frazione di quelle che dovrebbero pagare per pretazioni equivalenti nei paesi rispettivi. La solidarietà è un valore impossibile da esprimere con delle cifre.

Giustiniano

6 maggio 2020

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