Ad Auschwitz-Birkenau sono morti oltre 1 milione di prigionieri. 60.000, per la maggior parte non ad Auschwitz, sono sopravvissuti fino alla liberazione, l’8 maggio 1945. Quando l’Armata rossa arriva ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, ci sono poche migliaia di prigionieri. Le SS ne avevano deportato gran parte verso ovest. Spesso da un campo all’altro, verso territori ancora controllati dagli sgherri di Hitler. I detenuti, i prigionieri di guerra, i forzati in loro potere hanno pagato un prezzo altissimo. Se all’inizio del 1945 nei campi erano ancora vivi in 714.000, quattro mesi dopo ne restavano al massimo 500.000. In questo breve periodo almeno 1/3 ha trovato la morte in campi di concentramento sovraffollati, nelle marce e nelle tradotte della morte che dovevano condurli verso sempre nuovi campi per evitare che gli alleati li liberassero.

I ricercatori si sono a lungo disinteressati della sorte dei detenuti in questi ultimi mesi. Solo da una decina d’anni la ricerca ha iniziato ad occuparsi di quest’ultimo, crudele capitolo della storia del nazismo. « Se Auschwitz era terribile, un incubo interminabile, i 650 km di marcia della morte ed Ebensee, il campo dove sono stato liberato, era l’inferno », racconta l’ex presidente del Comitato internazionale di Auschwitz. L’ordine di evacuazione di Auschwitz-Birkenau, nel gennaio 1945, è considerato l’inizio delle marce della morte. Ma già a novembre 1944 circa 25.000 ebrei ungheresi, in maggioranza donne, erano deportati verso la froniera austriaca. Uno su cinque non è sopravvissuto alla marcia, lunga 220 km.

Da Auschwitz i prigionieri sono evacuati a Gross-Rosen, quindi sempre più lontano verso ovest. Molti devono partecipare a diverse marce, che provocano il sovraffollamento di Bergen-Belsen, Ravensbrück o Ebensee e condizioni terribili per i prigionieri. Alla fine i deportati sono concentrati nella zona del Mar Baltico, in Baviera e a Mauthausen con la sua « filiale » di Ebensee, in Austria. Gli obiettivi dei nazisti sono due. Da una parte vogliono impedire che anche un solo prigioniero cada nelle mani del nemico. Dopo l’inattesa liberazione da parte dell’Armata rossa di tutti i detenuti del campo di Majdanek, nella Polonia orientale, i nazisti temono che dei sopravvissuti possano testimoniare a guerra finita. Dall’altra i nazisti sperano di evitare una resa senza condizioni, salvando la pelle. Per questo hanno bisogno di armi. Non solo della famosa arma segreta, ma anche di carri armati, di aerei, di munizioni. Per produrli servono prigionieri. Gli uomini, anche gli anziani e i giovanissimi, sono al fronte. Le donne sono nelle fabbriche di armi accanto ai forzati. Ma non si puo’ imporre loro le stesse condizioni dei prigionieri dei campi, che si ammazzano letteralmente di lavoro.

La produzione di armi è disturbata o perfino impedita dai bombardamenti alleati. Deve essere spostata sotto terra. Il più grande progetto di questo tipo è il campo di Dora-Mittelbau, nelle vicinanze di Nordhausen (Turingia), allestito nell’agosto 1944. Vi sono prodotte le cosiddette armi segrete V1 e V2. Il campo cresce rapidamente. Già all’inizio del 1945 si compone di 40 singoli lager che si estendono per tutto l’Harz, sopra e sotto terra. Ai 35.000 prigionieri che lavorano da una parte alla produzione e dall’altra allo scavo di un sistema di gallerie se ne aggiungano altri 15.000 provenienti da Auschwitz dopo aver viaggiato per giorni su treni non riscaldati. Quando i treni arrivano a Dora-Mittelbau, molti sono già morti o morenti. « Sono i giorni più tremendi » ricorda un sopravvissuto. « Quando toccavamo i morti, spesso ci restavano in mano braccia, gambe, teste, perché erano congelati ». Le SS fanno accendere dei roghi sui quali vari strati di cadaveri sono bruciati.

Nell’Harz, centinaia di SS arrivano da Auschwitz con i prigionieri. Prendono il comando di Dora-Mittelbau. Se le condizioni di vita erano già cattive, diventano ancora peggiori. Una rete di terrore è tesa sul campo. Ogni giorno dei detenuti accusati dalla SS di sabotare la produzione di armi sono impiccati. In genere sono prigionieri sovietici. In un giorno solo, le SS uccidono 50 persone e costringono gli altri ad assistere. Il terrore deve servire a spaventare i prigionieri e costringerli a sforzi ancora maggiori, a prestazioni che persone mezze morte di fame e completamente sfinite non sono più in grado di fornire. Negli ultimi 4 mesi della sua esistenza, muoiono a Dora-Mittelbau almeno 6000 prigionieri, vittime del terrore ma anzitutto delle malattie, della fame e dello sfinimento. Le SS riescono a spremere talmente la forza lavoro dei prigionieri rimanenti che in 3 mesi escono dalle fabbriche sotterranee 1700 missili V2 e almeno 6000 V1, che fanno innumerevoli vittime, soprattutto a Londra e Anversa.

All’inizio di aprile 1945 il fronte si avvicina. Il campo è evacuato e i prigionieri sono deportati a piedi o in carri bestiame. I treni sono diretti a Bergen-Belsen, Ravensbrück e Sachsenhausen. I campi sono strapieni. Ma le SS non sono disposte a liberare neppure un prigioniero. Sono spinte invece da una criminale volontà di annientamento. Ne è un esempio il campo di Wöbbelin. E’ allestito come ultimo campo esterno di Neuengamme. Funzionerà solo dieci settimane. Il suo unico scopo è custodire prigionieri provenienti da altri campi evacuati dalle SS. Resta sempre provvisorio. Vi sono pigiati 5000 prigionieri in uno spazio minimo. 1000 muoiono rapidamente. Dora-Mittelbau è uno dei campi più grandi e più noti, ma in realtà solo uno delle migliaia in cui, accanto ai prigionieri, lavorano, in condizioni decisamente migliori, dei forzati. Il ministro degli armamenti, Speer, ha organizzato una fitta rete di campi nei pressi delle fabbriche di armi. Molti sono dimenticati.

Schwarzenpfost, ad esempio, è un campo esterno di Neuengamme, vicino a Rostock. Anche questo campo è allestito in tutta fretta alla fine del 1944, vicino gli stabilimenti Heinkel, dove si producono aerei. Le tracce sono trovate decenni dopo dagli alunni di una scuola che effettuano una ricerca storica. Vi lavoravano da 1000 a 1500 forzati,  in maggioranza donne. Uno degli ultimo campi liberati è quello di Ebensee, in Austria. Anche qui sono scavate fino all’ultimo delle gallerie, che le SS tentano di usare per farvi saltare i prigionieri con la dinamite. Questi ultimi pero’, reagiscono e le guardie fuggono. Poi succede qualcosa di terribile. Un giorno non ci sono più le guardie e neppure i liberatori. Alcuni sfruttano il momento per uccidere i kapo sui quali riescono a mettere le mani.

Una cosa è certa : in questi ultimi mesi di guerra il campo di concentramento passa davanti alle porte delle case tedesche. Le colonne interminabili di persone che si trascinano attraverso i paesi non passano inosservate. Impossibile sostenere di non averne saputo nulla. Eppure questa menzogna resiste ancora oggi…

Giustiniano

8 maggio 2020

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