I francesi non dimenticano Georges Marchais  (7 giugno 1920-12 novembre 1997), segretario del PCF al 1972 al 1994. Parla alla TV come in piazza. Forte, d’impulso. Il suo stile è aggressivo, ma accattivante. Fa piacere agli intellettuali « giacobini » ma non all’elettorato tradizionale del suo partito, costituito soprattutto da operai specializzati. E questo anche se lui, meccanico di aeroplani, è stato uno di loro. Alle presidenziali del 1981 il PCF perde un quarto del suo elettorato, crollando al 15,3%. Dieci punti dietro il candidato socialista, Mitterrand. Un anno prima, Marchais è ancora all’apice della sua eloquenza. « Siamo un partito rivoluzionario » sostiene. Il PCF è al fianco delle forze che vogliono liberarsi dei loro oppressori nelle colonie. Un giornalista gli chiede se è anche al fianco dell’ajatollah Khomeini. Marchais risponde allegro che, anche se è chiaro che niente lo lega a Khomeini, è felice che lo scià, questo « gatto con le zampe insanguinate » sia cacciato via.

Marchais si dichiara internazionalista. Ma, quando nel 1980 il sindaco comunista di Vitry sur Seine, Paul Mercieca, fa distruggere con i bulldozer un campo di migranti del Mali, Marchais lo difende, sostenendo che « l’immigrazione deve essere bloccata perchè i disoccupati non diventino ancora più numerosi ». E quando, cinque anni dopo, mette in guardia « dal cancro del razzismo e dell’antisemitismo », quel cancro ha già colpito una parte del suo elettorato. Tre giorni dopo l’esecuzione di Ceausescu, il 25 dicembre 1989, la TV lo intervista e gli chiede come mai, avendo trascorso quattro volte le vacanze in Romania (l’ultima nel 1984) non si sia accorto che qualcosa non andava. Marchais schiva, sostenendo che il PCF, insieme al PCI e al PCE, rifiuta il leninismo e il modello sovietico dal 1976. In realtà per lui l’URSS è il paese dell’avvenire finché cessa di averne uno.

Ma, fra i fasti del 1980 e l’umiliazione del 1989, c’è una memorabile « L’heure de verité », trasmissione TV del 10 giugno 1982 in occasione della quale il segretario del PCF buca lo schermo. Il suo partito è al governo con quattro ministri. Una giornalista del Figaro gli chiede se sulla Pravda ci saranno gli auguri per il suo 62° compleanno. « Non leggo il russo » risponde pronto Marchais, « ma so che il Figaro non me li farà in nessun caso ». Marchais non è un Lenin, ma neppure un Kautsky…

Giustiniano

7 giugno 2020

 

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