Quanto è accaduto nella politica americana nelle ultime settimane ha fatto sudare molti giornalisti e commentatori. Anzitutto il comportamento erratico di Trump e il suo ruolo decisivo nella messa in scena dell’assalto al Campidoglio ha avuto un effetto inquietante, superando l’abituale misura della messa in scena narcisistica dello stesso presidente. La manifestazione di protesta del 6 gennaio è stata organizzata da lui. In un discorso di 70 minuti ha spinto i suoi sostenitori « to fight like hell » (a battersi con tutte le loro forze) contro le « elezioni rubate », come se si trattase dell’ultima chance per impedire l’insediamento del nuovo presidente. Altrimenti avrebbero « perduto il loro paese ».

Qualche ora dopo, quando si delineano le dimensioni della sommossa e le immagini dell’assalto al Campidoglio hanno fatto il giro del mondo, il presidente si rivolge ai suoi sostenitori e li invita ad andare in pace a casa, non senza rassicurarli sul suo « amore ». Non assume nessuna responsabilità per la sommossa, che non minaccia solo la vita dei deputati e del suo stesso vicepresidente Pence, ma anche l’integrità di istituzioni politiche. Anche qualche giorno dopo ribadisce la sua innocenza. Il suo discorso sarebbe « congruo». Una settimana dopo si fa fotografare davanti al « meraviglioso » muro che dovrebbe blindare dai profughi la frontiera messicana e loda la « magnifica » polizia. Come tutti sanno, lui è un fautore di « law and order » e mantiene sempre le sue promesse.

Malgrado un comportamento che contraddice ogni logica, la popolazione continua a sostenerlo. Il grosso degli elettori repubblicani crede che l’elezione sia stata davvero rubata, sebbene tutti i tentativi di invalidarla siano falliti. A sostenerlo sono soprattutto americani che si definiscono patrioti, cristiani e amanti della libertà e vedono questi valori garantiti solo dal presidente trombato. Se l’avanguardia di quest’accozzaglia di gente bizzarra, grottesca e soddisfatta di sé è stato possibile vederla alla TV, la base del sostegno di Trump è molto più ampia. Anche alcuni senatori che, si dice, ambiscono alla presidenza, hanno favorito l’assalto al Campidoglio. Un tale appeal di massa non è spiegabile solo con una politica « popolare » da conservatori « classici ». Su cosa poggia questa lealtà incondizionata di vaste masse che non si lasciano impressionare da niente, che trovano « comprensibile » perfino un assalto ad istituzioni considerate sacre negli USA ? Come si puo’ spiegare un attacco aperto a procedure della democrazia liberale  considerate scontate come l’insediamento del presidente ?

Una visione falsata del mondo

Un libro di Leo Löwenthal e Norbert Guterman,  pubblicato nel 1949 e ristampato in questi giorni, non puo’ dare risposte complete ma fornire preziose indicazioni per spiegare questo rapporto di fedeltà come la visione della realtà irrazionale quanto distorta di milioni di sostenitori. Con il titolo « False Prophets » (falsi profeti), gli autori hanno indagato sulle ‘tecniche dell’agitatore americano ». Il libro fa parte di uno studio voluminoso, per stabilire i tratti di una « personalità autoritaria », un progetto avviato nel maggio 1944 per cogliere empiricamente la generale vulnerabilità riguardo a profondi pregiudizi e stereotipi e poterli meglio combattere. Pregiudizi e stereotipi, in particolare atteggiamenti autoritari, dovevano essere identificati perché si vedeva in essi – partendo dall’Europa dominata dal fascismo – un pericolo anche per il futuro della democrazia americana. Gli studi empirici si materializzarono in numerosi volumi, per i quali fu decisivo il contributo della Scuola di Francoforte in esilio (Theodor Adorno) e di sociologi e psicologi dell’università di Berkeley.

Il volume proposto da Löwenthal e Guterman si poneva il compito di visionare il materiale di propaganda di « agitatori » reazionari attivi negli anni fra il 1932 e il 1948 nei giornali, alla radio e nei comizi. Il periodo coincide con un’epoca estremamente movimentata della storia degli USA, contrassegnata  dalla crisi economica e dalla disoccupazione di massa, dalle lotte fra orientamenti politici diversi, dal « new deal » roosveltiano impregnato di keynesismo, dall’ingresso degli USA nella II Guerra mondiale, dalla vittoria sul fascismo in Europa e in Asia e dall’inizio della Guerra fredda.

Per « agitatori » si intendono quelle persone che si presentano come marginali, veri tribune degli interessi popolari, che sfruttano il malcontento per aggirare ogni argomentazione razionale. Sfruttano ed accentuano piuttosto il disorientamento generalmente esistente. Non interessa loro un’analisi razionale o un’azione riformatrice e perfino rivoluzionaria. L’obiettivo è la conquista di più sostenitori possibile in tutti gli strati sociali, promettendo un Führer di cui devono diventare « recettori incapaci di resistere alla sua influenza personale ». Problemi concreti come la disoccupazione non sono spiegati né combattuti. La responsabilità di questo (e di ogni altro) problema è attribuita ad una « cricca ostile » che è sempre sullo sfondo (senza essere nominata). Gli autori si imbattono sempre negli stessi temi e strategie, tanto da parlare di un tipo ideale di agitatore americano. E’ quasi sempre marginale. Solo l’isolazionista « America First Committee », contrario alla partecipazione degli USA alla II Guerra mondiale, raggiunse, con 800.000 aderenti, una certa influenza, finita bruscamente nel dicembre 1941, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Quasi sempre si tratta principalmente di fomentare i risentimenti. Contro i burocrati a Washington, contro pretesi burattinai ebrei o comunisti stranieri. Gli appelli dell’agitatore non vanno oltre. Gli stessi rapporti sociali non vengono toccati.

Contro gli ebrei e i comunisti

Il punto di partenza per l’agitazione reazionaria è quello che gli agitatori chiamano « malessere sociale ». Si esprime in modi diversi ma non diventa mai un tema razionale o concreto. Se si tratta di crisi economiche, la loro responsabilità è attribuita a nazioni estere, che ricevono « grande sostegno finanziario ». Sono gli stranieri che « rubano i nostri soldi ». I probemi politici vengono messi sul conto della « piaga dell’internazionalismo ». Un orientamento internazionale porta alla sottomissione ad una Corte di giustizia mondiale che va diritta verso un’America dei soviet. I media sono nelle mani dei « nemici della nazione ». Hollywood è dominata da oscuri nemici ebrei o stranieri caratterizzati da una provocatoria rilassatezza morale. La credulità e l’ingenuità dei non ebrei è sconcertante. E’ caratteristica l’emozionalizzazione della critica, l’appello a sentimenti di impotenza e passività e la spinta alla paura che il modo di vivere americano sia sabotato. Le ricchezze della nazione andrebbero agli altri, agli stranieri, all’estero. La pretesa politica democratica manovrata da ebrei e stranieri sarebbe un’unica manovra ingannatrice.

Gli agitatori studiati strumentalizzavano cosi’ l’obiettivo disorientamento di vasti settori durante gli anni di crisi. Puntavano alle conseguenze psicologiche. L’agitatore le esprime ma non ha pronta nessuna soluzione. Ma proprio l’incapacità di stabilire un nesso causale è la sua forza. A differenza dei liberali evidenzia i problemi, sembra comprendere i bisogni della gente. Sollevare i problemi della « gente qualunque » rende possibile una manipolazione ulteriore. Löwenthal e Guterman elencano temi e motivi che si ritrovano sempre nel materiale di agitazione analizzato. Fra gli altri quelli dell’ « eterno ingannato » e della « congiura » permanente rivolta contro di loro. All’apocalittica fine si puo’ sfuggire solo se si segue l’agitatore e le sue profonde opinioni. Naturalmente queste opinioni non sono comunicate, basta l’appello all’impotenza dei sostenitori, preda di un mondo ostile, complesso ed imperscrutabile che, comunque, è tale solo perché ci sono gruppi che fanno in modo che sia cosi’. L’agitatore si spaccia per « muckracker » (rimestatore di sudiciume), uno che chiama per nome gli abusi e li vuole eliminare. In realtà rafforza la paura di poteri occulti. Invece di diagnosticare la malattia, l’attribuisce a spiriti malvagi. Lo Stato stesso viene considerato corrotto per principio, venendo incontro alla scetticismo di molti americani nei confronti di « Washington » e del centralismo. L’essenziale della corruzione è dovuta al fatto che, innegabilmente, democrazia e liberalismo hanno portato all’anarchismo o ad un capitalismo statale totalitario. Quest’ultimo vale anzitutto per la politica di Roosevelt, al quale si rimprovera di « aver mutuato la sua tecnica da Hitler e dagli ebrei ». La propria dottrina, nei limiti di cui è possibile parlarne, consiste nel dichiarare un attaccamento a un principio non meglio definito di giustizia. Questo impedisce di sostenere gli ebrei in lotta contro Hitler o di indennizzarli per i danni subiti.

La popolazione ebraica costituisce il nemico ideale. Mentre comunisti o emigranti sono genericamente denigrati, con gli ebrei l’agitatore precede diversamente. Da una parte dichiara di nutrire per loro sentimenti amichevoli, dall’altra fa una differenza fra « buoni » e « cattivi » ebrei. Questi ultimi sono identificati con lo straniero, il comunismo, un capitalismo plutocratico. A differenza della Germania fascista, l’agitatore USA non ha un programma compiutamente antisemita, ma esprime il suo antisemitismo indirettamente. Il vantaggio è che l’agitatore reazionario non appare fin dall’inizio come un fanatico pieno d’odio. Non c’è nessuna rottura con i suoi sostenitori, che sanno che i temi sempre ricorrenti della congiura, dell’inganno, dell’essere in balia, dello Stato corrotto etc. hanno un fondamento antisemita. L’immagine dell’ebreo è contradditoria ma consistente : gli ebrei sono forti ma anche deboli (come i nemici in generale), vittime e persecutori, appoggiano l’interventismo statale totalitario ma sono individualisti. Ma le loro caratteristiche sono immutabili. Bastano semplici accenni, come un nome che suona ebreo, per suggerire che sono gli ebrei a tirare i fili del (cattivo) capitalismo e del comunismo. Attacchi nascosti di questo genere vengono riproposti ossessivamente ma non sono considerati difetti di inarrestabili parolai o di razzisti, dato che vengono addebitati agli ebrei stessi. In questo modo l’agitatore rafforza o risveglia l’antisemitismo latente. Se qualcuno prende posizione contro l’antisemitismo nascosto o manifesto, lo si sospetta di voler far tacere ogni legittima critica alle condizioni sociali. Poiché i (cattivi) ebrei sono i nemici ideali, occorre difendersi dai loro attacchi impietosi. Simpatia o solidarietà sarebbero fuori luogo.

Gli ebrei sono in ogni caso rappresentati come « altro », una pretesa caratteristica che non possono coprire neppure adeguandosi. Agiscono qui antichi pregiudizi religiosi (ebrei assassini di Cristo). Sono « sempre solidali » e non si preoccupano del benessere del paese ospitante, secondo un altro pregiudizio sul quale l’agitatore puo’ contare. Ma, mentre gli ebrei stessi non cambiano, loro cambiano il mondo circostante, si attivano come sobillatori per estendere il loro potere. Sembrano trovarsi bene nel malessere sociale. Perché ne siano considerati responsabili occorre un altro passo, un passo che l’agitatore non ha bisogno di fare. Infatti, dietro ogni minaccia della società c’è, anche se non viene detto, l’influenza ebraica. Sono gli ebrei i veri persecutori. Sono abbastanza « furbi » per coinvolgere i buoni americani nei loro progetti di vendetta e per usare a questo scopo strumenti della cultura di massa. Il loro potere si fonda su questo. E’ un potere ideale. L’utopia dell’armonia, della tolleranza e della felicità individuale che perseguono è ingannevole. Per questo, per l’americano non ebreo la cultura ebraica è una spina nel fianco. Gli ebrei non sono il principale nemico dell’agitatore ma diventano un simbolo sul quale l’agitatore proietta tutta la sua rabbia impotente contro le carenze della civiltà.

In generale, le proposte positive offerte dall’agitatore sono meno sviluppate. Si muovono in un contesto vago di valori ed ideali degli USA e si possono descrivere come l’opposto delle caratteristiche e degli atteggiamenti degli avversari. Valori e ideali vengono sempre formulati nebulosamente. Lo scopo è risollevare lo « Spirit of America ». Ne fa parte la difesa da tutto cio’ che ricorda in qualche modo il comunismo e altre influenze straniere. Anche il movimento operaio interno sarebbe solo parte di un complotto internazionale.

Sono, invece, valori sacri della tradizione degli USA la famiglia e la religione. Bisogni materiali hanno solo un ruolo subordinato, che ricorda movimenti democratici e sociali. Anche l’agitatore promette, occasionalmente, il mantenimento del livello di vita. Ma offre soprattutto un modo di comportarsi, non il pane ». L’accento principale è posto sull’espressione verbale dei sentimenti, provocata dal « risveglio » degli americani. I seguaci sono invitati a « contrattaccare » contro quelli che approfittano di loro. L’agitatore non si batte per scopi universali ma per la protezione, « la difesa dal nemico ». Per questo ha bisogno di una scelta chiara per quelli giusti, cioé per il proprio campo. Il mondo dell’agitatore è contrassegnato da una dicotomia chiara. Occasionalmente si serve di nomi riconosciuti da tutti, come quelli di George Washington o Abraham Lincoln. La sua posizione è coscientemente nazionalista nel senso di un americanismo che non conosce differenze di classe. Ne fa parte la purezza, l’assenza di tutti i modi di comportarsi « non-americani ». Si tratta in concreto di libera impresa, di individualismo, di protezionismo o di un orgoglio nazionale ostentato. Il programma vero e proprio resta inconsistente.

Occasionalmente emerge un grande rispetto per la violenza istituzionalizzata. Sebbene i rappresentanti del governo, giudici compresi, vengano regolarmente attaccati, in ultima analisi si vuole tirare dalla propria parte queste forze. Lo stesso vale per la polizia. Anche una marcia su Washington torna sempre come idea per valorizzarsi. Ma anche qui non si tratta di presa del potere o perfino di rivoluzione. L’obiettivo è piuttosto quello di mettere costantemente sotto pressione il governo e il parlamento. Una potenziale rivolta non deve superare i limiti, perché la massa è essenzialmente passiva e tale deve restare. Questi obiettivi ricordano soprattutto un putsch. Il suo scopo non è ristrutturare i rapporti ma « buttare fuori », eventualmente anche liquidare il nemico. A queste condizioni, per l’agitatore esplosioni di violenza sono giustificate, corrispondono ad un’operazione di polizia. Sarebbe diritto dell’americano semplice, coerente e patriottico mettere fuori combattimento dei rappresentanti del New Deal e perfino metterli dentro. La loro colpevolezza potrà sicuramente essere provata in seguito. Simili fantasie di violenza devono fomentare le emozioni dei seguaci.

Distogliere dalle carenze sociali

Nello studio di Löwenthal e Guterman si tratta sempre del rapporto centrale fra agitatore e sostenitori, che si sviluppa solo se si analizza il riferimento psicologico reciproco. L’agitatore conosce gli effetti del disagio sociale e rafforza i pregiudizi e gli stereotipi per mezzo dei quali si viene distolti dai problemi reali. L’agitatore non ha alcuna soluzione per i problemi ai quali si riferisce genericamente ma fa credere di essere il solo a conoscere i veri retroscena. Il suo scopo è dominare le masse. Nello stesso tempo è cosciente di non avere nessun reale potere politico. Rimane solo una sensazione di potere personale che poggia sull’influenza esercitata sui seguaci.

In passato questi meccanismi agivano in modo bizzarro. Fenomeni di questo tipo erano considerati prodotti del « lunatic fringe », una zona marginale disturbata psicologicamente ma tutto sommato inoffensiva che si puo’ autorizzare. Lo studio di Löwenthal, invece, ha attirato tempestivamente l’attenzione sui meccanismi di questo tipo di comunicazione marginale. Oggi, settant’anni dopo, i problemi microscopici di allora sono diventati macroscopici. Le tendenze degli ultimi tre o quattro decenni, come le mutate condizioni della comunicazione, l’intensificazione dell’interazione fra governi e media e la maggiore diffusione di emittenti radio di destra andavano già in questa direzione. Ma improvvisamente l’agitatore stesso sedeva alla Casa Bianca, una situazione che nessun predecessore degli anni 30 o 40 poteva immaginare. Il fenomeno marginale arrivava al centro del potere e diventava mainstream. Il legame con i sostenitori, che si contano ormai a milioni, resta decisivo, non ha perso la sua intensità. I moderni mezzi di comunicazione hanno avuto un ruolo essenziale. Invece di limitarsi a discorsi alla radio, a pamphets od opuscoli, brevi notizie quotidiane assoicurano un contatto molto più stretto. Rappresentano il cordone ombelicale fra l’agitatore e i suoi sostenitori.

Si spiega cosi’ la lealtà a tutta prova accennata all’inizio. La qualità di questo legame non è politico-programmatica, ma emozionale. Le notizie brevi informano sullo stato emozionale del presidente, che conduce da parte sua un gioco con i risentimenti dei sostenitori. Le « notizie » spiegano anche il mondo (come lo vede Trump). Le conseguenze di una tale emozionalizzazione e distorsione della realtà non sono prevedibili neppure dopo l’uscita di scena dell’agitatore. Occorre anche sottolineare che Trump non si è è solo inebriato di potere personale ma si è servito del potere consistente nell’esercizio di una vasta influenza per imporre la sua politica. E questa politica, dal tentativo di battere il concorrente Cina all’applicazione di dazi doganali, dal blocco dell’immigrazione all’aggressiva politica estera e di riarmo, ha avuto l’approvazione del partito repubblicano da lui dominato. Non c’è quindi da stupirsi se ha aspettato l’ultimo momento per prendere le distanze dal suo campione.

Jürgen Pelzer

Liberamente tradotto dal tedesco da Giustiniano

5 febbraio 2021

 

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