Dieci anni fa il Giappone è sconvolto da una triplice catastrofe : terremoto, tsunami e incidente nucleare. Malgrado lo choc iniziale, la sciagura ha effetti modesti sulla politica e la società. La tragedia dell’11 marzo 2011 (chiamata in Giappone anche « 311 ») spaventa un paese che soffre da decenni per una stagnazione economica e per la mancanza di fiducia in sé stesso. Molti si aspettano che in Giappone si produca una « catarsi mediante l’energia atomica ». E’ noto che le crisi producono veri cambiamenti. Nel suo rapporto, Kiyoshi Kurokawa, presidente di una Commissione d’indagine sul guasto, ne indica in modo chiaro le cause. Le lacune nelle norme di sicurezza della centrale, gestita da TEPCO, sono note. Ma il conformismo, la rigidità delle gerarchie e la mancanza di trasparenza di istituzioni statali e azienda elettrica impediscono che le carenze siano chiamate con il loro nome.

Molti pensano che il Giappone debba liberarsi dalle convenzioni della sua cultura, dal suo particolarismo e dalla sua insularità. Altri mettono in questione la modernità e l’industrializzazione giapponese. Propugnano un ritorno a forme di pensiero medievali e a un’utopia ecologica che vedono realizzata nel periodo Edo (1603-1868), quando il Giappone vive isolato dal resto del mondo. Ma anche componenti attive ed organizzate della società si muovono. Le proteste contro l’energia nucleare riprendono slancio, molti giapponesi scendono in piazza a manifestare per la prima volta nella loro vita. Militanti di lunga data sperano che il movimento perduri.

Ma la grande svolta non si produce. Le istituzioni giapponesi di dimostrano resilienti. L’uscita dal nucleare annunciata dopo « 311 » dal primo ministro dell’epoca, Naoto Kan, non viene realizzata. Lo scetticismo nei confronti delle élite e la mancanza persistente di trasparenza non si traducono in un ampio movimento, come in altri paesi. Manca per questo una sufficiente politicizzazione nella società, che non interviene neppure dopo « 311 ». Il motivo sono anzitutto i programmi scolastici giapponesi, che trascurano da sempre la formazione politica. Nel 2012 il partito liberaldemocratico dell’establishment (LDP) vince le elezioni politiche. Il Giappone registra una spinta a destra solo nella politica, in particolare nel LDP guidato dall’ultraconservatore Shinzo Abe, non nella società. Quella che cambia dopo « 311 » è la partecipazione al voto, crollata del 10% nel 2012. Solo il LDP, con il suo elettorato relativamente stabile, puo’ approfittare dell’aumento dell’astensione e dell’apatia politica.

Il nuovo primo ministro Abe distrae l’attenzione dalla catastrofe nucleare e dalla stagnazione economica cominciando nel 2013 – molto prima del trumpiano « Make America Great Again » – con lo slogan « il Giappone è di ritorno » per diffondere la sensazione di un nuovo inizio. Presenta la ricetta della sospirata crescita : il suo programma economico « Abenomics », fondato su un aumento della spesa pubblica ma soprattutto sull’abbandono di ogni regola sul mercato del lavoro. Il più grande partito di opposizione, il Partito Democratico del Giappone, (oggi Partito Democratico-Costituzionale), che governa dal 2009 al 2012, appare come il « partito della crisi », il che contribuisce a spiegare la sua scarsa popolarità.

La disponibilità della società ad organizzarsi aumenta. Anche in Giappone, esprimere proteste mediante le manifestazioni diventa normale. L’anno 2015 puo’ essere considerato esemplare. Grazie alle proteste di molti militanti del movimento antinucleare è evitata una forte militarizzazione e scongiurato il cambiamento della Costituzione, pacifista, progettato da Abe…

Giustiniano

11 marzo 2021

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