Dieci anni dopo la catastrofe di Fukushima, lo sviluppo, durato mezzo secolo, dell’energia nata dalla bomba atomica in quasi tutti i continenti sembra subire una battuta d’arresto. Secondo l’AIEA, alla fine del 2020 c’erano 412 reattori nucleari in 33 paesi. Erano 429 alla fine del 2010 e 438 nel 2002. Ma l’arresto delle centrali vecchie è compensato da reattori più potenti, impiegati da USA, Francia, Russia, Cina e Corea del sud. E la capacità totale installata è leggermente aumentata. 367 gigawatt oggi contro 365 nel 2011. Infine, 52 reattori sono in costruzione nel mondo.

Un declino del nucleare civile, lento ma continuo, sembra tuttavia confermarsi. La produzione di elettricità di origine nucleare è passata, nel mondo, dal 17,5% (1996) al 10,35%. In Francia, che resta il paese più « nucleare » del pianeta (56 reattori per 67 milioni di abitanti) è scesa, negli anni 2000, dall’80 al 70%. La crisi era iniziata prima di Fukushima. Gli investimenti in corso nel mondo nell’elettricità rinnovabile (300 miliardi di dollari) sono dieci volte quelli impiegati nella costruzione di nuovi reattori. Molti progetti di centrali nucleari sono stati bloccati o rallentati.

La svolta si è prodotta in seguito alla catastrofe di Chernobyl, nel 1986. Fukushima, 25 anni dopo, ha confermato la realtà del rischio radioattivo e sottolineato la mancanza di sicurezza degli impianti nucleari in caso di catastrofi naturali. In Giappone sono rimasti in servizio 9 reattori. Erano 54 fino all’11 marzo 2011. Dopo Fukushima, la Germania ha approvato un programma di uscita dal nucleare. In Italia, un referendum lo aveva messo al bando nel 1987. In Francia, Hollande aveva avviato una timidissima transizione energetica. Macron si è impegnato a chiudere 14 reattori entro il 2035 e la parte del nucleare dovrebbe ridursi dal 70 al 50%, a vantaggio del solari e dell’eolico.

Naturalmente, si tratta di semplici annunci. Lo stesso Macron ha deciso di portare la vita delle centrali atomiche francesi da 40 a 50 anni. La costruzione del primo reattore di nuova generazione EPR a Flamanville e quello nel cantiere finlandese da parte di Areva hanno accumulato un ritardo di dieci anni e sono costati, per ora, rispettivamente quattro e tre volte la cifra preventivata (12 miliardi Flamanville e 9 miliardi la centrale finlandese). Macron, che non ha paura degli ossimori, ha affermato l’8 dicembre scorso che « l’avvenire energetico ed ecologico della Francia passa per il nucleare ».

EDF chiede la costruzione di sei nuovi EPR per compensare la chiusura delle sue vecchie centrali, per un costo previsto di 45 miliardi di euro. La filiera impiega 220.000 persone e, non a caso, la decisione non sarà presa prima che entri in servizio l’EPR di Flamanville, ulteriormente rinviata al 2023. In altre parole, dopo le elezioni presidenziale del 2022…

Giustiniano

12 marzo 2021

 

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