Il capitalismo scatenato diventa ancora più radicale. Sregolato, liberalizzato, privatizzato. Ogni crisi serve a perfezionare il dominio delle élite dell’economia e della finanza a spese del lavoro salariato. La pandemia non fa eccezione. Dall’analisi effettuata dalla Lega internazionale dei sindacati e da numerose Ong risulta che nei prossimi anni l’85% della popolazione mondiale soffrirà della politica di austerità, ovvero della riduzione costante della spesa pubblica. Base dell’analisi sono le proiezioni del FMI relative ai bilanci degli Stati. Il risultato è allarmante. Se nell’anno in corso, in seguito alle misure prese per arginare la crisi, il numero dei paesi che riducono la spesa pubblica è minimo, dall’anno prossimo si ricomincia coi tagli. Si prevede che 154 paesi ridurranno i loro bilanci. Nel 2023 saranno 159. Riguarderanno 6,6 miliardi di persone. E la tendenza proseguirà almeno fino al 2025.

Il pretesto per i nuovi tagli dei sistemi si previdenza sociale e dei servizi pubblici è l’aumento del debito pubblico imposto dalla crisi. Nella maggior parte delle regioni del mondo i rapporti di forza non sono tali da reagire con un aumento delle entrate pubbliche. Il grosso dei governi preferisce redistribuire il peso verso il basso mediante ulteriori tagli. « Dopo la pandemia, lo choc sarà più forte di quello subito dopo la crisi economica e finanziaria del 2007/2008 » prosegue il documento. L’anno prossimo è prevista una riduzione media del PIL del 3,3%. Dopo la crisi finanziaria era stata meno della metà. Per 40 paesi viene perfino previsto che la riduzione del bilanci sarà del 12%. In questo elenco ci sono molti fra i paesi più poveri del mondo, come la Libia, la Repubblica democratica del Congo, lo Yemen o lo Zimbabwe. Secondo lo studio, la « mappa dell’austerità » contiene poche eccezioni. Ne fanno parte Argentina e Venezuela. In Germania, ad esempio, l’anno prossimo la spesa pubblica sarà tagliata del 4,9%. Le conseguenze saranno drammatiche. Gli uni ancora più poveri, gli altri ancora più ricchi. La frattura sociale diventerà più profonda.

Per descrivere i « rischi di una politica aggressiva di tagli », gli autori rinviano alle esperienze degli scorsi 10 anni. Su miliardi di persone hanno gravato « risparmi » su pensioni e previdenza. La spesa pubblica per l’istruzione, la sanità, il welfare e l’acqua è stata ridotta. Si sottolinea inoltre le « riforme » mirate della protezione sociale, affinché solo i poverissimi ottengano qualche vantaggio mentre la maggior parte ne viene esclusa. Comunque nessun bilancio pubblico futuro è scolpito nel marmo. L’austerità non è inevitabile, ci sono alternative anche nei paesi più poveri. Aumento delle entrate fiscali, miglioramento dei sistemi di previdenza sociale, blocco della fuga di capitali, utilizzo delle riserve in valuta delle banche sono percorsi possibili. Ma per i diritti sociali occorre lottare. Oltre 500 organizzazioni e scienziati di 87 paesi sostengono la campagna internazionale « End Austerity », che chiede misure per il superamento delle diseguaglianze sociali e una politica che metta l’uomo e la natura al di sopra del profitto.

Giustiniano

21 aprile 2021

 

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