L’arresto degli esuli parigini condannati in Italia negli anni 70 e 80 per terrorismo e protetti per quarant’anni in Francia dalla “Dottrina Mitterand”, e l’annuncio del presidente Macron di dare seguito alla domanda di estradizione emessa dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, hanno avuto una grande risonanza nella stampa italiana, quasi unanime nel compiacersi di poter infine applicare la legge del taglione agli ultimi militanti della sinistra rivoluzionaria sfuggiti alla legge, icone di un capitolo della storia italiana ancora aperto e da chiudere al più presto.

Nel frastuono di questa grancassa mediatica, i quotidiani “Repubblica” e “Corriere della Sera” danno rilievo alle parole della guardasigilli italiana, che involontariamente ci offre nella sua intervista le chiavi di lettura per capire la strategia politica del Governo Draghi, di indubbia matrice salviniana, ma con un relooking meno forcaiolo. Così, per distanziarsi dal suo ispiratore, la Ministra assume una postura moralizzatrice, non vendicativa, e spiega con toni moderati le ragioni del suo operato:

“Non sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione”.

Chiarezza dunque e riconciliazione, due concetti chiave di una visione moderna e riparatrice della giustizia, ridotti però, se seguiamo la logica delle implicazioni e delle conseguenze, a banali elementi di marketing politico, al punto da domandarsi cosa vorrebbe davvero chiarire la Ministra e con chi intende riconciliarsi.

“Abbiamo ricordato – precisa in seguito – la legittima richiesta di giustizia dei familiari delle vittime, ma abbiamo anche voluto, una volta per tutte, chiarire il doppio equivoco che negli anni aveva ostacolato la decisione politica di Parigi: stiamo parlando di persone, che non sono state processate per le loro idee politiche, ma per le violenze commesse. E l’Italia li ha processati nel pieno rispetto delle garanzie difensive previste dalla Costituzione e dal nostro ordinamento”.

Grazie Ministra di sottolineare per noi, per denegazione, le contraddizioni che l’indagine storica saprà evidenziare perché sono proprio “il carattere non politico dei processi e della loro istruzione” e il “pieno rispetto delle garanzie difensive previste dalla costituzione”, a rendere chiare (a chiunque oggi non abbia ancora rinunciato a un minimo di senso critico) le motivazioni di una decisione grave come la Sua, che, come non sarà difficile dimostrare, svuota di senso il dettato di quella Costituzione nata dalla Resistenza che Lei evoca con tanto candore.

La storia, infatti, ci racconta che nell’Italia del dopoguerra la lotta di classe non era un dominio riservato al Capitale, come avviene oggi. L’oppressione sul lavoro non era ancora declinata in termini di “flessibilità”, né si parlava di “piani sociali” quando si privavano di sostentamento centinaia e migliaia di famiglie. Per gli italiani che lavoravano o aspiravano a farlo, il lavoro (fondamento della Costituzione) non era solo un “costo” che grava sull’imprenditoria, ma uno spazio di vita da difendere dallo sfruttamento e da emancipare su tutti i piani. L’eredità della resistenza era ancora fresca e la presenza di ex partigiani nelle fabbriche e nel movimento sindacale aveva prodotto una trasmissione intergenerazionale d’istanze politiche antagoniste che avevano come primo obiettivo la giustizia sociale. Nel corso degli anni, dalle fabbriche salì infatti la protesta operaia, e al centro delle lotte non erano in gioco solo i licenziamenti e i salari, ma il legame organico tra lavoro e società, nella prospettiva del conseguimento di una democrazia reale, di base e partecipativa. Già agli albori di questo movimento, che si svilupperà a macchia d’olio negli anni a venire, di fronte alla politicizzazione crescente delle sue lotte, che produssero riforme importanti e progresso sociale, la reazione congiunta di governi e confindustria non fu solo una storia di negoziati e cedimenti, ma anche di “pugno duro”, di provocazione e repressione violenta di stampo fascista. I ministri Scelba e Tambroni ne furono gli interpreti principali.

L’anno 1960 ci offre un ampio campionario di questo rigurgito fascista con i fatti di Genova (15-25-30 giugno), di Licata (5 luglio) di Reggio Emilia (7 luglio), che testimoniano di una spettacolarizzazione, non sempre riuscita, della violenza poliziesca.  Nella prospettiva di quella giustizia riparatrice cara alla ministra Cartabia è dunque necessario fare chiarezza: ben prima che nascesse il cosiddetto “terrorismo rosso”, il braccio armato che ha aperto il fuoco per impedire il confronto sociale è stato quello dello Stato. Solo da questo riconoscimento, potrebbe nascere una vera riconciliazione. Altrimenti è giustizia sommaria, legge marziale. Ma purtroppo sappiamo che di quel sangue versato non ne è mai fregato niente a nessun dirigente di governo, e che nessun colpevole è mai stato punito.

Questo ricordo è fondamentale, non per fare l’apologia della lotta armata, che si è rivelata una strategia perdente e umanamente troppo dolorosa, ma per capire cosa è successo e ribadire che quelle persone che oggi i giornali esibiscono come criminali da giustiziare, prede di una lunga caccia infine conclusa, al di là della natura delle accuse che gravano su di loro e che non vanno prese per verità acquisite, restano persone che avevano ideali da difendere e non l’incarnazione di ogni nefandezza,  come invece lo furono altri, che ancora oggi girano liberi per le nostre strade, senza offuscare minimamente né Draghi, né Cartabia, né Salvini, né tantomeno Repubblica, Corriere e quant’altri. Mi riferisco ai fautori della strategia della tensione, e agli architetti di quel clima di guerra civile a bassa intensità che ha caratterizzato l’Italia degli anni settanta. Perché fu una guerra, una sporca guerra vigliacca, che non fu combattuta dalle due parti con le stesse armi.

In effetti, negli anni settanta al movimento operaio in lotta, ancora più consolidato ed esteso che nei decenni precedenti, si era associato il movimento studentesco. Il mondo del lavoro, della scuola e dell’Università avevano trovato un legame organico e assemblee pubbliche, scioperi e proteste erano diventati luoghi di elaborazione di nuove forme di conflittualità politica: occupazioni, autogestioni, autoriduzioni, difesa dei diritti delle donne, delle minorità, lotte per la casa, furono i segni di una radicalizzazione politica fondata sulla fiducia in un possibile cambiamento.

Come anni di difficile e coraggiosa inchiesta lo hanno dimostrato, per le élites al potere, il principale strumento di contenimento di tutte queste lotte sociali che spingevano verso cambiamenti strutturali della società fu la strategia della tensione. Era necessario giungere a una stagnazione conservatrice della società servendosi del terrorismo e imputando alla sinistra rivoluzionaria la responsabilità del caos e degli attentati che sconvolgevano il paese.

La scia di sangue impressiona: da Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969) alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980), passando per Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974) si contano 135 morti e quasi 600 feriti. Quanti dei colpevoli, tra piduisti, golpisti, politici, esponenti dei servizi segreti e militari, manovalanza neofascista, responsabili a vario titolo di esecuzione materiale degli attentati, depistaggio, omissioni e occultamento della verità, venivano indagati e condannati in quegli anni? Pochi o nessuno. Ricordo invece che nei commissariati si perseguivano con zelo (e si ammazzavano anche) i militanti extraparlamentari comunisti o anarchici, poco importa se ci fossero o meno delle prove di una loro implicazione o colpevolezza. Come negare che fu una guerra? E perché cercare ancora oggi di occultare quegli anni bui, facendo pagare sempre agli stessi colpe inconfessabili? La Repubblica Italiana fu davvero quel Santuario della Democrazia che tutto l’arco costituzionale, compresi i vertici collusi del Partito comunista e dei Sindacati, difendevano a spada tratta dall’eversione?

La storia della lotta della Repubblica Italiana contro le Brigate Rosse e gli altri gruppi comunisti rivoluzionari armati illustra degli aspetti inquietanti per chiunque si definisca un democratico, e che confermano la sospensione dello stato di diritto per tutti gli imputati. Non potendo dichiarare lo stato d’eccezione, non previsto dalla Costituzione Italiana, l’esecutivo delegò infatti l’apparato repressivo a esercito, polizia politica e magistratura: venne così riesumato il codice Rocco, ereditato dall’ordinamento giuridico fascista, e, come se non bastasse, furono varate misure speciali di dubbia costituzionalità. Due leggi, in particolare: la legge Reale, del 1975, che introduce nel codice penale il fermo preventivo di 96 ore anche in assenza di flagranza di reato, la possibilità per la polizia di compiere perquisizioni senza autorizzazione del giudice in caso di presunto possesso di armi e la possibilità di processi in via direttissima per reati di ordine pubblico; e la legge Cossiga, del 1980, che introdusse il nuovo reato per “associazione ai fini di terrorismo” con condanne che si aggiungono a quelle per il reato di “associazione sovversiva”, l’aggravante del reato di terrorismo, che prevale sempre su qualsiasi circostanza attenuante, l’estensione dei poteri di perquisizione, permessa per causa d’urgenza anche senza il mandato del magistrato competente e prevede inoltre nuove norme sugli sconti di pena  per i pentiti che collaborano con la giustizia. Un cocktail che ha prodotto, insieme al ricorso alla tortura per estorcere le confessioni (cito, tra i casi avverati, quello del funzionario di polizia Nicola Ciocia, alias dottor de Tormentis, che si permise addirittura di uscire dall’ombra per vantare l’efficacia dei suoi metodi) e alle condizioni “speciali” disumane d’incarceramento al quale venivano sottoposti i condannati, un quadro apertamente in contrasto con l’immagine della giustizia ligia ed equilibrata dipinto dalla Ministra Cartabia. Quanto ai diritti della difesa, basta solo ricordare la criminalizzazione degli avvocati del Soccorso Rosso, come Sergio Spazzali e Giovanni Cappelli, per citarne solo due fra i tanti finiti dietro le sbarre con i loro clienti per “associazione sovversiva”. Del primo, Spazzali, ricordo bene la strategia difensiva al processo di Torino contro le BR che consisteva nel difendere l’identità politica dei suoi clienti, denunciando al contempo la natura politico-repressiva del processo e le storture al dettato costituzionale contenute negli strumenti stessi dell’istruttoria.   Per condannarlo a sette anni di reclusione bastarono le parole del pentito Peci, ripagato naturalmente da un importante sconto di pena previsto dal nuovo “pacchetto sicurezza” del ministro “gladiatore” Cossiga. Che dire poi del “silenzio stampa”, e delle grandi prove che furono fatte all’epoca sul controllo dei media e sul loro uso strumentale e propagandistico? Combinato alle infiltrazioni poliziesche negli spazi pubblici di dibattito, e alle nuove leggi liberticide, che minacciavano chiunque avesse opinioni dissenzienti di divenire “fiancheggiatore” o di “concorrere moralmente” al terrorismo, fu l’inizio della fine dei contropoteri essenziali per ogni democrazia.

Veniamo così al punto centrale di tutta questa sporca operazione politico-mediatica che ha tenuto la ribalta in questi giorni. Perché Draghi ha telefonato a Macron per accelerare le procedure, tenute in sospeso per anni. Perché il guardasigilli francese, sposando la tesi della sua omologa italiana, afferma che le dieci persone da estradare hanno commesso reati di sangue, e si sbarazza così, allegramente, di un impegno preso dal suo paese, dove per quarant’anni non si è messo in dubbio il carattere repressivo e politico dei processi che avevano spinto tanti militanti all’esilio, e si era risolta senza vendette e strascichi, la questione della deposizione definitiva delle armi? Probabilmente perché oggi la rimozione della memoria storica di quegli anni fa comodo a tutti. Altro che chiarezza e riconciliazione. C’è solo fretta di chiudere i conti! La rimozione del passato serve ai dirigenti italiani per continuare a coprire le responsabilità che infangano l’immagine sacra della Repubblica nonché quella del riformismo pseudo progressista che contribuì in maniera strisciante alla deriva fascista delle istituzioni, volgendo peraltro le spalle alle aspirazioni della sua stessa base. Serve personalmente a Macron e Draghi per calcare il campo dell’estrema destra che sale nei sondaggi, superando in zelo la Le Pen e Salvini nelle politiche di mantenimento dell’ordine pubblico. E soprattutto, oggi come ieri, serve da monito a chi intende perseguire progetti di trasformazione profonda della società. L’Europa di oggi è purtroppo quella dello stato di eccezione permanente, delle restrizioni incessanti delle libertà, delle lobby dominanti, delle violenze poliziesche impunite, del razzismo istituzionalizzato ed è solo un simulacro della democrazia. Dall’intesa franco-italiana di oggi, si evince che se non riusciamo a invertire la tendenza e a difendere i nostri diritti, negli anni a seguire l’Europa sarà uno spazio ancora più asfissiante. Per questo, al moralismo ipocrita della Ministra Cartabia vorrei opporre un’altra morale, che afferma che nessuna persona dovrebbe essere usata come moneta di scambio per interessi di comodo. Il solo gesto di vera giustizia è l’amnistia per tutti i compagni che umanamente hanno già pagato tanto con l’esilio.

 

Sergio Cappello

1° maggio 2021

 

Print Friendly