La storia del Tibet come entità politica comincia nel 7° secolo, sotto il re Gampo (604-650). Costui unisce clan e insediamenti sull’altopiano tibetano e nei dintorni, fondando l’impero del Tibet. Introduce il buddismo e fa adattare i caratteri indiani Brahmi alla lingua tibetana. L’impero è una potenza regionale, coinvolto in quanto tale negli scontri per la Via della Seta a nord dell’altipiano tibetano. La concorrenza con la Cina dei Tang (618-690 e 705-907) viene risolta mediante la politica dei matrimoni.

L’impero tibetano si frammenta nel 9° secolo in piccoli principati che si combattono cambiando spesso alleanze. A quest’epoca si sviluppano anche sfere politiche e spirituali. Famiglie nobili proteggono determinati conventi ovvero scuole buddiste e forniscono monaci e abati. Questi ultimi sono strumentalizzati per lotte politiche di potere. Sotto la dinastia mongola Yuan (1279-1368) l’altipiano tibetano viene incorporato nell’impero cinese. Gli imperatori Yuan nominano governatori ai quali vanno apporti più o meno grandi da parte di clan e conventi. La nomina di un Lama, un maestro spirituale di una determinata scuola, come guida politica e amministrativa, consolida l’interazione fra autorità laica e religiosa. Nell’epoca Ming (1368-1644) si verificano scontri fra diversi raggruppamenti tibetani, alcuni dei quali riconoscono l’autorità dell’imperatore cinese, altri no.

Verso l’inizio del 15° secolo solge la scuola Gelug del buddismo tibetano. Tramite un’alleanza con i mongoli inizia anche a dominare lo spazio tibetano la scuola chiamata « berretti gialli ». Diventa l’orientamento principale (ma ancora oggi non unico) del buddismo tibetano. Il titolo onorifico Dalai Lama, « maestro uguale all’oceano » come figura centrale della scuola Gelug viene conferito dal 1578 dai dominatori mongoli. Il Dalai Lama è considerato Bodhisattva (« essere che si è svegliato »), che potrebbe lasciare il Samsara (« ciclo della rinascita ») ma si reincarna coscientemente per solidarietà e per ridurre la sofferenza di altri esseri.

Nel 1720, sotto i Qing (1644-1912), il Tibet viene completamente incorporato nell’impero cinese. Anche nelle fasi del dominio cinese, l’elite tibetana gode di una relativa autonomia, che significa per il popolo teocrazia e sfruttamento. Con l’indebolimento del governo centrale, in seguito ad interventi e aggressioni coloniali, l’elite teocratica comincia a prendere tutto il potere, con l’approvazione delle potenze occidentali, specialmente della Gran Bretagna. Dopo la caduta dei Qing, nel 1911, si tratta per la rivoluzione democratico-borghese di opporsi alla frammentazione della Cina da parte delle potenze imperialiste. Malgrado la resistenza della giovane repubblica, nel 1913 il Tibet si dichiara indipendente e fa delle concessioni alla Gran Bretagna. Tuttavia nessun altro paese lo riconosce come Stato.

L’elite teocratica tibetana regna, relativamente indisturbata, fra i disordini del periodo bellico e della guerra civile. Questo dominio poggia su un estremo sfruttamento, servitù della gleba e schiavitù. Il fantoccio spirituale copre le urla degli oppressi. La piccola elite formata da clero e signori feudali, proprietaria di quasi tutta la terra, naviga nell’oro mentre gran parte della popolazione, analfabeta, vive poverissima in condizioni medievali. Dopo la rivoluzione e la proclamazione della Repubblica popolare deve essere salvaguardata l’integrità territoriale della Cina. L’Esercito popolare di liberazione puo’ raggiunegere il Tibet quasi senza combattere. La resistenza attiva è minima. Mentre l’elite si dilegua con le sue ricchezze, Tenzin Gyatso, 16 anni, il 14° Dalai Lama oggi mondialmente conosciuto, diventa un importante interlolcutore del governo della Repubblica popolare.

Il 23 maggio 1951 viene concluso l’ « Accordo del governo popolare centrale con il governo locale, relativo a misure per la pacifica liberazione del Tibet », firmato dai governi tibetano e cinese,  che regola l’incorporazione nella Repubblica popolare. Il 24 ottobre il Dalai Lama conferma ancora una volta l’Accordo in un telegramma a Mao Tse-tung, nel quale dice che è per lui come un padre. Fra i 17 punti dell’accordo c’è ampia autonomia amministrativa, autoamministrazione nei settori culturale e religioso, promozione della cultura, della lingua e della scrittura tibetana. Le timide riforme e l’incipiente ammodernamentnto sono condivisi dal Dalai Lama, che diventa vicepresidente del Congresso popolare nazionale.

Il movimento riformatore sviluppa una dinamica propria. Molte persone liberate dalla servitù della gleba, spinte anche dalle notizie di progressi economici e sociali che arrivano da altre parti della Cina, mettono in discussione il sistema medievale di potere. Nobiltà e clero si vedono minacciati e riescono a tirare dalla loro parte, dopo lunga esitazione, il giovane Dalai Lama. Nel 1959 l’Accordo in 17 punti viene denunciato unilateralmente dai signori tibetani al potere. Il governo centrale li depone e accelera la riforma sociale e fondiaria. Le elite socialclericali si sono in parte rivolte a USA e Gran Bretagna già a metà degli anni 50 e fomentano una ribellione con l’aiuto di un picccolo esercito finanziato ed addestrato dalla CIA. I ribelli sono sconfitti e l’elite tibetana va in esilio in India con il Dalai Lama. La liberazione del Tibet è conclusa.

Negli ambienti tibetani in esilio, Dalai Lama compreso,  le forze che attualmente rivendicano l’autonomia statale del Tibet sono irrilevanti. Anche l’interesse degli Stati imperialisti a seminare la discordia e ad attizzare i conflitti interni si è spostato, almeno per il momento, dalla Regione autonoma del Tibet a quella del Sinkiang. Le linee guida dell’ingerenza neocoloniale negli affari interni della Repubblica popolare cinese sono le stesse di quelle seguite per i Tibet negli anni 50…

Giustiniano

23 maggio 2021

 

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