Abdul è un giovane ivoiriano. « Sono arrivato a Palermo il 28 aprile 2016. Nel mio paese andavo a scuola . Sognavo di venire a studiare in Europa, giocare al calcio ed avere un avvenire. Ho quattro fratelli. Ho viaggiato con una mia zia, che attualmente è a Parigi. Ho deciso di restare a Palermo. Qui mi sento bene. Abbiamo traversato la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, il Niger e la Libia in bus. In Libia ho trascorso un mese e tre settimane. Noi minori non eravamo picchiati e il mio soggiorno è andato bene. La traversata dalla Libia è durata tre giorni. Siamo partiti all’1 di notte e alle 6 eravamo in acque internazionali. »

« Siamo stati salvati da una nave che ci ha portato direttamente a Palermo, dove vivo da due anni. Comincero’ presto a frequentare un liceo turistico. Se completo i cinque anni posso diplomarmi anche in Francia. Fra gli italiani ci sono i razzisti e quelli che non lo sono. A volte, quando voglio giocare al pallone, ti dicono ‘nivuru’. Malgrado cio’ mi sono fatto molti amici. Nella prima comunità che mi ha accolto, il Centro per minori Luigi Capuana, ero il solo africano. Gli altri erano tutti italiani. Ci ho passato un anno. Adesso gioco in una squadra di calcio che si chiama « Terzo tempo ». Io ho la maglia numero 10… »

Amadou, richiedente asilo senegalese a Palermo, racconta : « Sono arrivato qui nel 2013. Sono nato in Casamance e sono cresciuto a Dakar. Abbiamo traversato il deserto e molti paesi, fra cui il Mali, il Niger e la Libia, prima di arrivare nel porto di Palermo. Sono stato accolto in un primo tempo a Piana degli Albanesi, a una ventina di km dalla città, e in seguito mi sono stabilito a Palermo. Spero di avere un giorno dei documenti. Per ora, li aspetto. Si va spesso fuori città, a lavorare in campagna. Per noi, il lavoro è spesso fuori Palermo. Qui siamo pagati molto male. Con i cinesi si lavora per 15 o 20 euro al giorno. Gli italiani per 25 euro. E’ per questo che preferiamo uscire dalla città. Nei campi, si puo’ guadagnare 40-50 euro alla giornata, ma le condizioni sono durissime. Non c’è acqua corrente né elettricità. La gente abita nelle tende. A volte tre o quattro in tende per una persona…

Da « Libération » del 1° giugno 2021

Liberamente tradotto dal francese da Giustiniano

 

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