E’ l’ultima settimana di ottobre 1977, quando il fotografo Stephen Shore percorre una piccola zona del Nordest degli USA. Gli alberi hanno perso le foglie, sparse sull’asfalto, ma la luce è ancora quasi estiva. Non fa freddo. La gente sulle foto, in sciopero per difendere il posto di lavoro, porta pantaloni leggeri e gilet di cuoio sulle camice a quadretti. Gli avambracci di un operaio che, a Youngstown (Ohio), sventola una bandiera dove è scritto « Fight for your Job », sono nudi. Nel frattempo si sa che queste manifestazioni non hanno avuto successo. Ma allora nessuno ci voleva credere : il continuo aumento della produzione dopo la II Guerra mondiale aveva permesso a quasi tutte le famiglie americane l’acquisto di un aspirapolvere, un televisore e un frigorifero e, a qualche famiglia di operai, perfino quello di una seconda auto. Ma all’inizio degli anni 70 l’industria comincia a lasciare la Pennsylvania, l’Ohio, lo Stato di New York per i paesi dove la manodopera costa meno. Una zona dove un tempo regnava l’ottimismo del benessere, precipitata nella disoccupazione, la povertà e la depressione, deve alla ruggine il nome di « Rust Belt ». Questo processo ancora latente, ma già visibile, suggerisce alla rivista « Fortune » un reportage sulle zone colpite dalla deindustrializzazione. Lo scrive, nelle pagine da 86 a 93 del numero di dicembre 1977, Lee Smith. Il titolo è « Hard Times Come to Steeltown ». L’articolo è corredato dalle foto di Stephen Shore, un artista già noto, che puo’ già vantare, a 23 anni, una personale al Metropolitan Museum of Art di New York. L’album « Steel Town » comprende una selezione di quelle immagini.

Il viaggio comincia a Lackawanna, New York, dove la Bethlehem Steel ha appena licenziato 3.500 operai. L’approccio di Shore si vede fin dalle prime foto. Mostra anzitutto il teatro dell’abbandono industriale, i nastri trasportatori fermi, rotaie ormai inutili e capannoni vuoti. Presto si scopre che i terreni industriali abbandonati sono solo l’inizio di un terremoto le cui conseguenze economiche, sociali e culturali si manifestano molto più indirettamente. Shore comincia a mostrare le persone che lottano. Gli operai lo accompagnano nelle loro case. Gli mostrano le stanze. Shore fotografa le vetrine sbarrate dei negozi dove nessuno compra più niente perché i soldi sono finiti. Mostra i banchi vuoti dei bar dove non viene più servito da bere. E’ un maestro del quotidiano e della sua distruzione. Le sue foto non imbelliscono ma, al contrario, tentano di rendere visibile l’invisibile. Spesso i motivi sembrano non seguire una logica e lo sguardo vaga fra un incrocio vuoto e facciate cosi’ anonime da chiedersi cosa abbia spinto Shore a fotografarle.

Le foto hanno una profondità, una complessità e una forza documentaria che raccontano di un crollo. Via via che le città vanno in rovina, l’alcoolismo e le droghe si diffondono fra gli abitanti. Come mostrano Anne Case e August Deaton nel loro libro, apparso nel 2019, « Deaths of Despair and the Future of Capitalism », il tasso di suicidi aumenta rapidamente. E’ l’origine della svolta a destra di quelli che, ormai superflui e senza diritti, tentano di affermare la loro identità nei risentimenti razzisti o sessisti. Ma, in quell’ottobre 1977, c’è ancora la speranza che la politica, forse, si preoccuperà del destino degli operai. C’è ancora attesa nei volti, i mobili non sono stati venduti, anche se il cinema ha già chiuso e i vetri del botteghino sono già in frantumi. Stephen Shore riesce a cogliere una svolta storica. « Steel Town » è il meraviglioso e prezioso documento di un attimo fuggente. Le sue conseguenze avrebbero potuto difficilmente essere più clamorose.

Giustiniano

2 giugno 2021

 

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